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kitaj
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Re: Manafon vinyl edition
camphor
10 settembre 2010, 0:07
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Camp Fire
9 settembre 2010, 22:16
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Riccardo Zanichelli
9 settembre 2010, 19:47
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Slowfire
9 settembre 2010, 19:26
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David Sylvian - Manafon [Recensione di Nicola Pice]
Il senso di un percorso musicale all'insegna del cambiamento risiede non solo nel desiderio prometeico di esplorare nuovi territori sonori ma è anche legato, indissolubilmente, all'inquietudine psicologica, alla percezione – più o meno consapevole – della propria inadeguatezza. Spingersi più in là (nell'ignoto) equivale ad un gesto di sfida verso noi stessi ed i nostri limiti, al tentativo, cioè, di superarli o, comunque, di esorcizzarli come fossero paure qualsiasi. Il “corpus” musicale di David Sylvian non può essere scisso dalla figura di un artista stravagante (nell'accezione di colui che vaga per strade poco battute) e per nulla incline ad assecondare il gusto comune, interamente proteso alla costruzione di sonorità che rappresentino il proprio mondo interiore e lo cristallizzino con precisa nettezza. La pubblicazione di “Manafon” recide con forza quel debolissimo filo che teneva legato l'autore inglese ad un passato (grandissimo) in qualche labile maniera riconducibile allo showbiz. L'esperienza glam-pop con i Japan approdati mirabilmente - sulla via di Damasco della new-wave - all'elaborazione di un sound originale che fosse il trait d'union fra rock occidentale, suggestioni elettroniche orientaleggianti e ritmica afro, le magistrali armonizzazioni delle prime opere da solista (almeno fino a “Secrets Of The Beehive”), le delicate tessiture melodiche, le contaminazioni continue a definire ambiti musicali in bilico tra il lirismo della forma canzone tradizionale e atmosferizzazioni impalpabili...sono ormai alle spalle. “Manafon” è probabilmente la fine (?!) di un viaggio iniziato con “Blemish”, l'approdo ultimo d'una sperimentazione che mai potrà essere più rigorosa e radicale, l'adesione incondizionata ad un approccio sonoro non-musicale assimilabile a precedenti esperienze (di matrice avanguardista) sviluppate da Brian Eno, Scott Walker, Keith Kenniff. I nove brani che compongono appena il disco e che intrecciano lo scacco esistenziale del suo autore con rimandi citazionisti all'opera del poeta Ronald Stuart Thomas (cui “Manafon” è di certo ispirato) sono caratterizzati dalla straordinaria semplicità minimalista delle partiture, asciugati da qualsiasi fronzolo sonoro quasi seguissero un personalissimo flusso di coscienza del suo autore senza nessun orpello sovrastrutturale. Sylvian lavora per sottrazione, realizzando un'opera in cui le note riecheggiano di tanto in tanto come se provenissero da spazi sonori distanti e differenti ad interrompere la centralità della (sua) voce impegnata nella declamazione di versi che rivelano paura e tormento interiore. Riverberi lontanissimi di pianoforte e violoncello nell'apertura di “Small Metal Gods” la cui delicatezza viene spezzata da interferenze elettroniche ad evidenziare il dramma della perdita della fede religiosa, dissonanze rumoriste (opera di Fennesz e Evan Parker collaboratori di lusso) fanno capolino in “The Rabbit Skinner” contrapposte alle scarne note “hard bop” di un sax, alla dolcezza malinconica del piano e del violoncello e alla voce di Sylvian che racconta la sepoltura di un uomo qualunque. La tensione drammatica del pianoforte di “Random Acts of Senseless Violence” che prefigura un'apocalisse esistenziale lascia il passo in “The Greatest Living Englishman” alle sperimentazioni dei musicisti giapponesi Akiyama, Sachiko, Nakamura e Yoshihide che accompagnano tra rimandi classicheggianti e rumori di fondo le considerazioni amare dell'artista sul suicidio come “extrema ratio” all'impossibilità di vivere la vita nella pienezza delle proprie possibilità. Tutti i brani, dunque, oscillano tra labili distorsioni e la leggerezza di scarsi frammenti sonori, tra asperità soffocate e la pacata dolcezza della voce di Sylvian a definire un vacuum sonoro che è la metafora del vuoto interiore dell'autore. La title-track che chiude il disco è, in questo senso, l'emblema stesso dell'opera: l'uomo in fondo alla valle è Sylvian novello R.S.Thomas, gli stivali piantati nell'erba sono i suoi, il sogno di fuga è identico. Forse il viaggio non è ancora concluso. Sarà necessario una volta di più attingere alle proprie risorse interne (se ce ne sono ancora). Buona fortuna, David!
Fonte: musicletter.it
