[1986 - Rockstar] True Colors di Guido Harari

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True colors - Guido Harari intervista David Sylvian
True colors - Guido Harari intervista David Sylvian
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True colors - Guido Harari intervista David Sylvian
True colors - Guido Harari intervista David Sylvian

Grazie al preziosissimo contributo di Piero Bazzoli (pbazz) che ha messo a soqquadro la propria cantina per riesumare una vecchia copia di Rockstar che giaceva in mezzo a polvere e umidità, sono in grado di pubblicare questa interessantissima intervista realizzata nel 1986 dal mitico Guido Harari. Buona lettura.


Gentleman lo è rimasto fino in fondo, ma non scatta più Polaroids. Cita Max Ernst, Dalì e Kundera, non parla più «Japanese» e ha riposto una volta per tutte il beauty-case dei ricordi.
L'aspetto eternamente fragile, la pelle di porcellana, un sottile senso di claustrofobia (lo stesso che si annusa in certe sue fotografie). Sylvian ha superato da tempo lo stadio di replicante del Bowie berlinese o di Ferry-dandy. Sull'onda di Brilliant Trees, del video Steel Cathedrals, dell'EP Words With The Shaman e relativa cassetta Alchemy-An Index Of Possibilities, e del recente doppio Gone To Earth, egli pare prendere sempre più le distanze dal Gran Circo Poe. Parola d'ordine? Disciplina interiore, rigore formale, essenzialità. Purezza.
Sylvian sorride sereno. Conversare con lui ha come un effetto terapeutico, disintossicante, quasi che la vita stessa si fermasse per una frazione di secondo, ansiosa di rivelarsi fin nelle sue pieghe più profonde. Come quando, riferendosi a "Laughter And Forgetting". ispirata al Libro del Riso e Dell'Oblìo di Milan Kundera, egli sembra scoprire l'equazione della felicità: «Il riso è la capacità di tirarsi da parte e capire con serenità che "Tutto ciò non ha alcun valore", quindi il poter osservare dall'esterno quasi la propria vita, e pure la propria musica, con maggior chiarezza, con un necessario distacco. L'oblìo invece significa saper evitare di crogiolarsi negli errori del passato, o nei lati negativi della tua personalità, in una sorta di superamento di te stesso e del tuoi limiti, del tuo eterno terrore di fallire».
Di una gran dose di riso ed oblìo ha avuto certo bisogno Sylvian all'indomani del divorzio dai Japan, smanioso di seguire i miraggi delle "musiche possibili" di Jon Hassell, le vertigini "ambientali" di Brian Eno e il fascino obliquo e teneramente sovversivo di Holger Czukay.

Com'è stato e com'è tuttora possìbile restituire una visione dell'opera d'arte completamente scissa dal suo elemento e/o valore commerciale? In fondo, qui si parla pur sempre di dischi, di classifiche, di vendite, di planning, etc.
«Sicuramente è una situazione difficile», ammette Sylvian. «Fai sempre uso degli stessi canali, tutte le tue interviste compaiono sullo stesso tipo di giornali, come pure le pagine pubblicitarie che reclamizzano i tuoi dischi. Ti rivolgi tutto sommato ad un pubblico che è ormai condizionato ad acquistare il prodotto che gli offri, e questo soltanto s'aspetta da te. L'unico modo per saltare l'ostacolo a piè pari è la musica stessa, la sua qualità intrinseca: essa soltanto vivrà più a lungo di qualunque fiasco o di qualunque moda s'accompagnino a questo o quell'album. Credo che molti musicisti accettino o subiscano compromessi senza neppure comprendere bene la posizione di potere in cui si trovano. Lo fanno da giovani, quando sono facilmente manovrabili, e una volta raggiunto II successo, lo amano a tal punto da non accettare alcun rischio. Ma per quanti non subiscono il fascino e le lusinghe della Fama, diventa relativamente semplice ritrovare se stessi dentro la musica, dissociarsi dalla mediocrità imperante e produrre musica di qualità e valore superiori alla media corrente».

Musica "superiore", come quella di Brilliant Trees e ancor più Gone To Earth, opera che per metà segue le orme delle divagazioni ambiental-strumentali di Brian Eno.

«Innanzitutto, devo dire che con Gone To Earth si conclude un ciclo e non intendo più riproporre questo tipo di scrittura», dice Sylvian. «Sicuramente vi sarà un altro album "vocale" contenente materiale inedito, tuttavia non credo di voler sviluppare ulteriormente II discorso avviato con Brilliant Trees. Mi sta molto più a cuore questa direzione puramente strumentale affrontata appieno su Gone To Earth. Al momento ho Individuato tre moduli di scrittura che mi sono del tutto congeniali: musica "vocale", strumentale e "d'ambiente". L'album strumentale contenuto In Gone To Earth può dirsi anche "d'ambiente", non richiede un ascolto particolarmente intenso, piuttosto va utilizzato per creare una sorta dì armonia col proprio ambiente, un po' come certi lavori di Eno ma non... Voglio dire, Brian ha eliminato tutte le linee-guida dal suo lavoro, ricucendolo quasi a pura formula. Per me è il contrario, le mie linee-guida sono tutte lì In evidenza, forse per aver scritto canzoni per tanti anni. Inoltre mi tenta spesso l'idea di inserire dei flash strumentali nella musica, di cui in fondo potrei fare anche a meno se si trattasse di pura musica "d'ambiente". Words With The Shaman è tutt'altra cosa: malgrado possa venir utilizzato come musica di sottofondo, possiede una profondità, uno spessore che mancano a gran parte della musica strumentale presente su Gone To Earth. In tal senso II mio futuro nell'ambito della musica strumentale va riferito più a quell'EP che all'ultimo album. Ritengo la musica "d'ambiente" un'esperienza incredibilmente importante, ma il mio cuore desidera creare ben altro Impatto emotivo attraverso la musica».

Malgrado riferimenti evidentissimi a certa musica etnica e alla cultura terzomondista tutta, Brilliant Trees fu sostanzialmente un'operazione culturale tipicamente europea. Lo stesso può dirsi fors'anche di più di Gone To Earth.
«Sicuro», replica Sylvian. «Ritengo che in Europa esistano maggiori possibilità di creare nuove forme di musica, più che in qualunque altra area del mondo. Qui abbiamo un background, una Cultura, e al tempo stesso sappiamo restare aperti ad influenze esterne. In tal senso viene a crearsi un crossover pressoché unico nel suo genere. C'è anche da dire che il concetto di musica "d'ambiente" non potrebbe essere che europeo. Non so spiegarti perché, probabilmente ha molto a che vedere con la sensibilità europea. Ad esempio, se vogliamo tracciare un paragone con la New Age music americana, quella di etichette come la Windham Hill, bé, quella non è musica che ti pone in armonia col tuo ambiente. Tenta al contrario di creare un finto senso di sicurezza, che è ben diverso, un modo tipicamente americano di affrontare lo stesso concetto. La musica "d'ambiente" dovrebbe aiutarti a trovare una certa stabilità dall'interno, qualcosa che non deve essere dettato dalla musica, ma semmai enfatizzato, sottolineato, sollecitato a livello subliminale, lo credo che questo sia molto Importante, in particolare nel caso di chi vive in un ambiente urbano, dove la velocità stessa della vita quotidiana viene ancor più accelerata dalle nostre angosce e tensioni (anche a livello di un numero eccessivo di sigarette e caffè, per esempio). In tal modo si raggiunge uno stato di ipertensione invece di riuscire a conservare uno stato di calma Interiore. La musica possiede la facoltà di conservare questa calma, di proteggerla. Immagino che anche Brian Eno si ponga II medesimo obiettivo. Ho quasi completato un album con Holger Czukay, articolato in due composizioni strumentali molto ambient, molto rilassanti. So che Holger è riuscito a vincere la riluttanza di alcune persone che non volevano saperne di ascoltarlo. Terminata la musica, esse si erano addormentate nelle loro poltrone e per Holger questo è stato un risultato molto positivo, lo credo che la musica non abbia ancora valutato o esplorato appieno queste possibilità e molto resta da fare In futuro in tal senso».

Il lavoro con Holger Czukay (che ricordiamo ex-pupillo di Stockhausen ed eminenza grigia dei mai dimenticati agit-prop tedeschi Can) trascende però la pura etichetta di ambient music per correre alla radice della musica, «dietro» ai grafismi del pentagramma o ai miracoli opinabili dei chips, alla fonte della "musica che si crea da sola".
«Credo che l'idea di stimolare una musica che si crei da sola, senza imporre in alcun modo su di essa la personalità del musicista che la scopre e rivela, sarebbe stata realizzabile unicamente nello studio di Holger a Colonia», spiega Sylvian. «È difficile tradurre in parole l'atmosfera che vi regna e il modo in cui sono articolate le sue apparecchiature. Si tratta di musica dalle evidenti qualità filmiche o visuali e ciò è dovuto al fatto che puoi rilevare i tagli effettuati sul nastro: Il senti e reagisci come se si trattasse di un film, dove vedi la stessa location da angolazioni sempre diverse, ma senza cambiamenti significativi o drastici. Tuttavia questo processo tende ad offrirti un'angolazione diversa dell'immagine mentale che ti sei costruito. È stata la prima volta In cui mi sono reso conto di questo genere di esperienza e ne sono rimasto affascinato. Sarebbe molto interessante verificarla dal vivo, improvvisando ambient music davanti ad un pubblico».

Una musica "che si crea da sola", quasi per partenogenesi, apparentemente slegata dalla personalità del suo «attivatore», può rivelarsi l'antidoto più efficace a qualunque sterile intellettualizzazione, oppure il contrario?

Sylvian sorride, sereno ma vigile. «Non ho mai temuto di intellettualizzare la mia musica, tuttavia lavoro sempre ad un livello molto istintivo. Holger detesta tutto ciò che puzza di intellettuale. Francamente non ci ho mai pensato, però credo che tu abbia ragione: tende a tener lontana ogni sorta di pretesa che potresti appiccicare alla musica. Quando la musica si crea da sola, si crea direttamente dall'ambiente. È una reazione all'ambiente stesso e solo in seguito si nutre di se stessa e prende a svilupparsi automaticamente. Per questo mi interessa verificarla in un contesto live. Dapprima cercherei di catturare l'atmosfera del luogo (un museo, una galleria, un piccolo club, una chiesa), poi le vibrazioni del pubblico, il suo grado di ricettività, e infine dal mood generale scaturirebbe la musica. Il pubblico verrebbe per condividere un'esperienza piuttosto che per ascoltare un magnifico assolo di chitarra classica o altro. Si creerebbe una nuova metodologìa dell'ascolto della musica. Credo che oggi il pubblico abbia bisogno d'essere educato riguardo ai criteri con cui consuma la musica. Troppa gente ascolta musica strumentale con un'intensità che non è richiesta e che genera soltanto frustrazione. Non sanno che uso farne perché credono che la si debba soltanto ascoltare. C'è gente che trova questo genere di musica (strumentale, ambient etc.) irritante poiché, se sei in uno stato meditativo, può enfatizzarlo spingendoti a guardare ancor più intensamente dentro te stesso. C'è chi odia far questo, chi odia stare da solo, chi chiama o telefona a qualcuno appena si rende conto d'essere rimasto solo. Per queste persone si tratta di un'esperienza terrificante. So di gente che ha trovato Brilliant Trees un disco deprimente, eppure per me si trattava di una celebrazione posltivissima della vita e del suol valori. Ho scoperto così che chi la pensa in questo modo appartiene in genere alla categoria di persone che detestano star da sole con se stesse, in quanto il mio lavoro tende a sollecitare un'indagine ancora più approfondita di se stessi».

Lo fisso mentre si risistema sul polsino della camicia un impossibile orologio con una madonna sul quadrante. Ma la musica "che si crea da sé" quale antidoto all'intellettualizzazione, alle grandi teorie cosmiche, alla tentazione dei grandi fumismi cageani?
«Oh già», sorride Sylvian, appena imbarazzato (un rossore di cortesia sulle guance pallide).

Gli chiedo se non è mai tentato di «funestare» la sua musica con i Grandi Schemi che governano la sua vita. Ride ancora, leggero leggero.
«So che Jon Hassell ha certe filosofie che guidano la sua vita e il suo lavoro, e lo stesso può dirsi di Robert Fripp e Bill Nelson, musicisti tutti che hanno collaborato strettamente con me negli ultimi anni, ma nessuno di noi crede che ciò dovrebbe Interferire con la musica. Sicuro, se possiedi e difendi certi valori, essi ti ispireranno a livello di scrittura e di uso della musica, ma non dovrebbero mal interferire con l'Istinto o l'Intuito, che vengono prima di qualunque altra cosa. Bisogna restare aperti abbastanza perché la musica passi attraverso di te: se davvero riesci a convincerti che essa non t'appartiene ma arriva da chissà dove, allora diventi un'ottima antenna ricevente. Intellettualizzare troppo significa chiudere le porte dell'intuito, lasciare aperte soltanto quelle del cervello e la musica così risulterà morta prima ancora di nascere. Questo può dirsi tranquillamente della musica di Cage, hai ragione, perché intellettualizza troppo. La gente ha quasi il terrore di ammettere la sua vacuità, di esporsi intellettualmente. Quando chiedo a qualcuno che libri legge, di solito mi sento rispondere il nome di qualche autore russo, mai Stephen King o Harold Robbins».

Forse questo avviene in un momento molto particolare, di estrema industrializzazione, di tecnologìa e comunicazione capillari ; un momento in cui molti cominciano a sentire l'esigenza di un ritorno alle «origini», alle radici, di una nuova partenza da zero. Il paradosso sta nel fatto che però le stesse persone sviluppano un'enorme aggressività, non desiderando affatto ristabilire il contatto con queste origini "primitive", con questi valori basilari.

«Per me è di capitale importanza tenere presente che esistono determinati valori che guidano la nostra vita», riflette serio Sylvian. «Moltissimi giovani avvertono un vuoto nelle loro vite che non può essere colmato dalla politica del potere, dalla convenzionalità della religione o da altro. Questo vuoto è la ragione di molte delle cose che hai appena detto. Credo davvero che sia in atto una riscoperta, una rivalutazione dei principi più alti cui dobbiamo uniformare la nostra vita. Questo almeno è quello che ho imparato per me stesso. Durante gli ultimi quattro anni ho appreso cose che hanno contribuito parecchio a ridefinire il mio obbiettivo nella vita. Questo ha quindi modificato il mio intero approccio alla musica, e spero che la mia musica abbia da oggi in avanti maggiore valore proprio perché la vita stessa ha per me oggi più valore che mai. Ovviamente stiamo parlando di uno scollamento dagli aspetti materiali che governano quello che riteniamo tutti essere il mondo "reale", un po' come i dropouts americani degli anni Sessanta. Ma quello si rivelò ben presto un concetto negativo e come tale venne abbandonato. Oggi gli americani cercano di infiltrare nuove filosofìe all'interno della società stessa, di farle coesistere all'interno delle strutture di potere. Forse questo metodo è destinato ad avere più successo perché più sottilmente sovversivo».

Da Brilliant Trees in poi, Sylvian non ha fatto alcun mistero del suo crescente interesse per la sfera spirituale della sua vita. Si può quasi affermare che certe collaborazioni musicali siano state cercate e volute seguendo criteri tutt'altro che squisitamente musicali. Ad esempio, su Gone To Earth, tra un solco e l'altro, «riaffiora» la voce di J. G. Bennett, guru riconosciuto di Robert Fripp. È forse un caso che anche lo stesso Fripp compaia sul disco a fianco di Sylvian?
«All'epoca di Forbidden Colors mi ritrovai tremendamente confuso riguardo alla questione religiosa (e di questo tratta la canzone, non di Mishima né dell'omosessualità). Da quel punto partì la mia ricerca, tuttora in corso. Arrivai attraverso una serie di letture a Gurdjeff e Ouspensky. Da un lato, la loro opera mi affascinava per quell'approccio più «pratico» alla spiritualità, ma dall'altro ero attratto dal lato più mistico, cabalistico, dalla tradizione dei Rosacroce. Fu una coincidenza II fatto che, lavorando con Bill Nelson e Robert Fripp, la mia confusione raggiungesse un tale grado di... Bill s'Interessa molto di magia, di cabala, dei Rosacroce. Robert invece è affascinato da Gurdjeff e ovviamente da J. G. Bennett. Ho trovato che parlarne con loro mi è stato di grande aiuto, pur creandomi una gran confusione, come se fossi tirato da una parte e dall'altra, tra due poli opposti ma complementari. Oggi credo che sia molto importante trovare un maestro che mi guidi. Ci sono risposte che puoi scoprire da te, ma ad un certo punto hai bisogno di un aiuto esterno. Non riesci mai ad essere abbastanza oggettivo nei confronti di te stesso».

È evidente che Sylvian è già oltre il fascino del Giappone e della cultura orientale che avevano bollato a fuoco la grande stagione dei Japan. Cos'è rimasto? Forse il rigetto per il limite tradizionale della cultura occidentale che deve sempre tradurre un'impressione in descrizione, e l'amore per la tradizione orientale la quale sa bene di dover sempre trascendere il linguaggio, mai provocarlo?

Un secondo di riflessione. «È importantissimo tentare di trascendere II medium o i materiali con cui lavori. Ammiro i poeti perché trascendono il linguaggio che adoperano: i migliori sanno instillare cose nel tuo cervello e nel tuo cuore che nulla hanno a che vedere col linguaggio che stanno usando. È un potere che ammiro incondizionatamente. Anche la musica ha lo stesso potere, in particolare la musica strumentale, e credo che Words with The Shaman sia un buon tentativo in tal senso. Un'altra forma d'arte che riesce nello stesso intento è secondo me la scultura... Essa ci rammenta continuamente dei valori più importanti della vita, dei valori più spirituali dell'ambiente, valori che è così facile dimenticare affogando nella quotidianità. Se mi capita di imbattermi in un'opera di Henry Moore in un parco, immediatamente è come se puntasse un dito ad indicare, "Ricordati!" A volte trovo tutto ciò molto commovente. Lo stesso può dirsi dell'opera di Joseph Beuys; essa possiede una qualità magica che trascende il materiale da lui utilizzato. Lo stesso può dirsi di certa musica. Un giorno mi stavo recando in sala d'incisione per lavorare su Gone To Earth. Ero in macchina, bloccato in un ingorgo, e misi nel registratore Words With The Shaman. La musica contribuì davvero a restituirmi quella qualità magica di cui parlavo e a ricordarmi dei miei valori, della mia vita. È una qualità che trascende l'ambiente che ti circonda. Puoi trovarla facilmente in un paesaggio, mentre è assai più difficile trovarla in un agglomerato urbano».

A proposito di paesaggi (in musica o in immagini, "prospettive" tutte di un'unica grande visione), mi viene da chiedergli se, quando cammina, posa il suo sguardo sulla punta delle scarpe, oppure lo fissa al cielo, oppure ancora all'orizzonte in genere?

Sorride di nuovo. «In mezzo alla natura, amo guardare la vastità dell'orizzonte. In verità la cosa è più complessa. Quando scattavo le Polaroids, soprattutto, tendevo a guardare ogni cosa in dettaglio mentre d'abitudine mi piace guardare il lato monumentate del panorama, desidero subire il fascino di quella strana sensazione di potere che ti prende di fronte ad un tale spettacolo di bellezza. Ma se mi siedo allora tutto cambia. Comincio subito a guardare dentro me stesso e amo il fatto che la natura ti obblighi in questo senso. Per certi versi è una qualità che vorrei trasferire nella mia musica. In città invece tendo quasi sempre a guardare per terra. In questo modo non vedo mai un granché! (ride), soprattutto perché quello è uno del momenti migliori per rifugiarmi in me stesso a riflettere. In tal modo elimino qualsiasi distrazione e mi rendo disponibile a qualsiasi input esterno. Di solito io guardo sempre in terra, la mia ragazza Yukka guarda per aria: non è un caso che si finisca sempre per andare addosso a qualcuno! (ride)».

Voglia di intimità, soprattutto con se stesso. Quanto tempo trascorre Sylvian in solitudine completa? Una solitudine desiderata o necessaria?
«È desiderata e necessaria», afferma senza esitazione. «È molto importante restare da soli e lavorare su se stessi. Ho particolarmente bisogno di solitudine prima di cominciare a scrivere, specie se è trascorso del tempo e mi sento arrugginito. Torno a casa, leggo, faccio cose del tutto normali, rifletto, assimilo tutto ciò che ho visto e fatto nei mesi precedenti. Ma in generale amo parecchio star da solo. Yukka ed io viviamo insieme da quattro anni, ma ci lasciamo parecchio spazio perché entrambi abbiamo bisogno di star da soli. Entrambi abbiamo sempre creduto d'essere destinati a vìvere da soli per l'eternità, ed è un'autentica sorpresa ritrovarsi insieme ogni giorno. Credo che sia una gran fortuna che entrambi la pensiamo allo stesso modo».

Aria di chiusura. La conversazione scivola su una serie di citazioni, di ricordi, di sogni, di fantasmi.
Ci lasciamo. Chissà perché mi ronza nella mente una frase di Mirò, «Vorrei poter morire dicendo a tutti "Merda!"». Sylvian scoppia a ridere, incredulo. «Davvero?». Oh sì, gli rispondo, ma non voleva essere una domanda. «Perché, c'è davvero una risposta o un possibile commento a tanta perfezione. Che splendido biglietto d'addio!».