[1987 - Rockerilla] Starsailing di Alessandro Calovolo

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Scansione intervista Rockerilla
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Ringrazio "Barbara/bamboomusic70" per aver condiviso le scansioni di questo articolo.
 


Il filo e così sottile. L'abisso è così profondo...
Sempliciotto e soave (?) dirigo le mie membra atterrite verso una qualsiasi cir­costanza. L'impaziente immaginazione solleva per me la grata dell'arena in uno svagato meriggio ottobrino. Tra po­chi secoli, brividi, secondi dialogherò per la prima volta con mr. David Sylvian. Chi sa... o chissà? Stilizzatissime segretarie in operosa coorte, l'incontro estasiarne con la te­nerissima publicity-vamp Connie Fila pello (che non si occupa di David, ma condivide gli uffici del suo manager Ri­chard Chadwick), l'impagabile entusia­smo di mr. Dino (Virgin), Yuka Fuji che appare fugace e turchese da una por­ta. Questo e un resoconto sincero ed in­timidito. Ma risoluto.
Come si dice, 'la scorsa notte ho sogna­to che qualcuno mi ama...' Ed è come carezzare contropelo i più irsuti lican-tropi (geddit?), sapendo che la luce del­la luna farà sempre di noi tutti ciò che vorrà. Let the happiness in...

Vuoi parlarmi del tuo nuovo disco, "Secrets of the Beehive"? Che cosa rappresenta in se stesso ed al confron­to dei precedenti tuoi progetti?

D.S.: "L'idea principale che ha ispira­to "Secrets..." è stata quella di sviluppa­re le mie capacità testuali, tentando di esprimerne colori e concetti impiegan­do le massime essenzialità ed immedia­tezza possibili. Questo, in un certo sen­so, rappresenta una reazione verso "Go-ne to Earth", che aveva delle costruzio­ni armoniche molto complicate: pensa a brani come "Wave" e "Before the BulIfight"... Ho cercato di conferire alle nuove composizioni una maggiore con­cisione anche dal punto di vista lirico, e questo rappresenta forse la prospetti­va di continuità più pronunziata che collega i vari brani (peraltro arrangiati in modo piuttosto eterogeneo)".

Ritieni che il differenziarsi della tua espressività musicale in questo senso abbia costituito un passaggio logico ed inevitabile?

D.S.: "Mi pare che questa trasformazio­ne sia logica, in una certa prospettiva. Ma non era l'unica via che avrei potuto intraprendere: altrettanto plausibile, ad esempio, sarebbe stato un album com­pletamente strumentale. In realtà, mi ac­cade di non pianificare rigidamente la natura musicale di ciò che comporrò: cerco sempre di pormi nella condizione di scrivere (comporre) con la massima disponibilità mentale. Cerco di riflette­re nelle musiche e nei testi le idee che mi paiono più interessanti: "Secrets..." è nato con le caratteristiche di cui ti parlavo prima perché sono quelle chemi hanno più coinvolto nel periodo del­la sua composizione".

Dopo i primi ascolti, "Secrets..." mi è parso molto più vicino a "Brilliant Trees" che non a "Gone to Earth". Quali sono le tue impressioni in propo­sito?

D.S.: "Si, c'è una discreta vicinanza tra loro. Penso sia dovuto al fatto che in "Secrets..." ci sono nuovamente mol­te canzoni, molte ballate. Non intendo solo performances vocali, mi riferisco alle precise proporzioni di un determi­nato tipo di composizione: "The Ink in the Well" di "Brilliant Trees" potrebbe essere il capostipite di molti brani pre­senti in "Secrets..." D'altronde, è an­che vero che brani come "Nostalgia" o "Weathered Wall" sono poi germogliati in "Before the Bullfight" ("Gone to Earth"). Diciamo che la principale con­nessione tra "Brilliant..." e "Se­crets...." sono i brani in cui ho espres­so più esplicitamente una dimensione acustica".

Nel nuovo disco collabori, ancora u­na volta, con Ryuichi Sakamoto. Ma lo scorso anno alcuni settimanali ave­vano riportato la notizia della fine del vostro sodalizio artistico. Che cosa è accaduto in realtà?

D.S.: "Ryuichi ed io siamo sempre sta­ti amici, e le notizie cui ti riferisci era­no alquanto inesatte. Il fatto è che ci siamo trovati avviati in due differenti direzioni musicali: Ryuichi, come sem­pre del resto, era ed è molto interessato alla tecnologia, alle sue più moderne ed evolute applicazioni; io, viceversa, mi concentravo sempre di più sulla sempli­cità e l'acusticità. Però non c'è mai sta­ta alcuna discussione, alcun litigio. Pro­va ne sia che quando Ryuichi ha prodot­to parte di "Hope in a Darkened Heart" di Virginia Ashley, ho accettato con gioia di cantare nel brano "Some Small Hope". Ho sempre stimato le capacità di Ryuichi in qualità d'arrangiatore, il suo innato e brillante eclettismo armo­nico. L'esperienza di "Hope...", nel mo­mento in cui lo abbiamo registrato, è stata molto piacevole. Anche se il risul­tato finale mi ha suscitato qualche per­plessità: il lavoro di Virginia Ashley che mi è piaciuto di più era "From Gardens Where We Feel Secure"...".

 

Quali sono le motivazioni che ti in­ducono a scegliere la collaborazione di un musicista? Qual è la tua attitudine in questo senso?

D.S.: "In genere, dopo aver scritto la prima stesura di un brano, e dopo aver­lo arrangiato nel modo che mi pare più confacente alle idee da cui è nato, mi vengono in mente i nomi di coloro che sarebbero più adatti ad aiutarmi nel va­lorizzarne determinate sfumature. Quin­di mi metto in contatto con loro, cerco di sapere se non hanno altri impegni (dischi, tournées, ecc). Ad esempio, ho scritto e registrato la prima versione del brano "Brilliant Trees" nel mio pic­colo studio domestico. I synths aveva­no un timbro molto vicino a quello del­la tromba di Jon (Hassell), perciò è stato spontaneo pensare di collaborare con lui. Naturalmente, si tratta sempre di musicisti che stimo e conosco bene, sia dal punto di vista umano che da quello della loro produzione musicale".

Perchè, nella confezione dei tuoi di­schi, non compaiono mai le liriche dei vari brani?

D.S.: "Mi piace scoprire i concetti senza suggestioni. Seguire con la mas­sima attenzione le musiche ed i testi di un disco, senza che una componente prevalga sull'altra. Naturalmente mi ren­do conto che il mio pubblico non an­glofono può trovare scomoda questa at­titudine. Perciò sto preparando un libro con le trascrizioni dei miei testi".

Che cosa ti ha ispirato il testo di "Boy With the Gun" ("Secrets")?

D.S.: "Veramente, riferendomi a tutte le canzoni dell'album, devo dire che le ho scritte di getto, accompagnandomi con la chitarra acustica. "Boy With the Gun" è la semplice storia di un ragaz­zo che, nell'ambito del suo piccolo mondo, impugna una pistola e decide di sterminare tutti coloro che ritiene mal­vagi. Ciò che mi interessa di più, in questa idea forse assurda e certo estre­ma, era la possibilità di cantare una canzone in cui potevo assumere sia il ruolo di esecutore che quello di vittima. La dualità di questo rapporto mi ha sug­gestionato oltre i limiti imposti dal rac­conto. Perché penso che nell'esistenza di ciascuno il confine tra questi due ruo­li sia molto molto labile".

Nei testi dell'album ci sono molti ri­ferimenti alla luce ed alle tenebre, agli angeli ed alle entità di segno opposto. E' una contrapposizione voluta?

D.S.: "Più che voluta, direi spontanea. Deriva dalle mie convinzioni concer­nenti la natura di ogni essere umano. Penso che ognuno di noi abbia un di­verso livello di consapevolezza a pro­posito del suo rapporto con la realtà che lo circonda. Sono convinto che tut­ti abbiano una personale percezione della verità, della luce, della fede (ma non intendo questo termine in senso re­ligioso) che è l'essenza suprema della propria esistenza. E riuscire ad essere consapevoli del significato che ha la nostra presenza sulla terra, secondo me, comporta anche un'attenta indagine (valutazione) delle circostanze più diffi­cili, dei momenti più oscuri. Penso che ogni forma d'arte, ottima, buona o me­diocre che sia, corrisponda all'istinto che l'individuo ha di esternare il suo grado di percezione della verità, di con­dividerlo e confrontarlo con gli altri. Ma non lo intendo come un impulso egocentrico: spero che i miei tentativi possano stimolare chi mi ascolta nel raggiungere la propria e personale con­sapevolezza del mondo".

C'è qualche autore contemporaneo di testi che ammiri? Che cosa pensi, ad esempio, di Morrissey? E perché, nelle interviste, dichiari spesso di essere scontento delle tue opere?

D.S.: "Non conosco personalmente Morrissey, e non posso dire di conoscere la sua opera. Abbiamo ispirazioni piuttosto differenti, ma apprezzo certi lati della sua sensibilità. Inoltre, in modo curioso, riscontro una certa analo­gia tra le critiche più ricorrenti che en­trambi riceviamo: molti lo accusano di essere troppo pessimista e negativo. Questo accade anche a me. Perché sono scontento? Beh, non mi fido di chi è troppo sicuro di sé, troppo entusiasta delle proprie realizzazioni. So di aver raggiunto un discreto livello espressi­vo, ma sento anche di avere una lunga strada da percorrere prima di poter espri­mere appieno ciò di cui posso essere ca­pace. E' una tensione sfibrante: perce­pire delle idee per me importanti, con­cepire delle soluzioni artistiche esaltan­ti, e concentrarle in modo approssima­to rispetto alla forma che hanno nel mio animo e nella mia mente. L'impe­gno, la speranza, i tentativi non sono mai sufficienti. Ma devo continuare, perché questa è la mia vita".

 

Sei soddisfatto della soundtrack com­posta per il balletto "Kin" di Gaby Agis? (Cribbio, quale imperdibile subli­mazione di sensualità, ndr).

D.S.: "Si. Gaby è un nuovo tipo di coreografa. Mi è piaciuto molto il fatto che ciascuna performance, come hai vi­sto, dipende dalla speciale atmosfera di ogni serata. Questo perché il tipo di co­reografie (molto dinamiche), concede un ampio ruolo risolutivo all'imponde­rabile emotivo del pubblico e dei danza­tori. La sera della prima ero nervosissi­mo. Ed ipnotizzato. Anche se ho dei dubbi sulla qualità acustica del materia­le registrato per questo balletto, penso che alcune parti verranno certamente pubblicate su disco".

Il tuo disco con Holger Czukay?

D.S.: "E' pronto da mesi. Ci sono sta­ti problemi contrattuali con la Virgin, ma sono ormai risolti. Sarà pubblicato in gennaio, probabilmente. Conterrà due brani, uno per facciata, e sarà mol­to vicino a "Canaxis" e "Steel Cathedrals". Ci hanno aiutato Karl, un amico di Holger che fa il dj, e Jaki (Liebezeit) con un po' di percussioni".

Parlando di "Steel Cathedrals..."

D.S.: "Storia curiosa. All'inizio pensa­vo di pubblicare su disco solo i brani contenuti in "Words With the Shaman", nonostante le richieste di colo­ro che avevano visto il video di "Steel Cathedrals". Poi, dato l'entusiasmo ed il coraggio dimostrati dalla Virgin Vi­deo (l'unica etichetta realmente interes­sata a pubblicarlo), ho accettato di dif­fondere questa soundtrack su cassetta. Quando è stata incisa, ero a Tokyo sen­za la minima idea organizzativa sul da farsi. E' capitato che molti amici, come Ryuichi, Kenny, Holger, Bob e Mosa­mi fossero o nelle vicinanze, o liberi da impegni. E così...".

C'era anche la voce di Jean Cocteau. E' o non è una tua grande influen­za?

D.S.: "Lo è stato. Molti anni or sono. E, a livello inconscio, lo rimane. Ma non posso affermare che regoli tutt'ora le modalità della mia ispirazione".

La copertina di "Secrets...", bellissi­ma, è opera di Nigel Grierson, arcange­lo 23 Envelope...

D.S.: "Nigel mi ha scritto quando sta­vo registrando "Secrets..."; conoscevo ed apprezzavo le sue opere grafiche per i musicisti della 4AD (Hai visto il vi­deo di "Lonely..."?). Voleva sperimen­tare nuove aree espressive. Così an­ch'io, nonostante fossi soddisfattissi­mo del lavoro che Russell (Mills) ha compiuto per "Gone To Earth".

Molti penseranno: 'Toh, il Sylvian veleggia in lidi 4AD...

D.S.: "In fondo anche Russell Mills è profondamente legato all'entourage del­la Opal (Eno, Budd, Brook eie), ma il fatto che abbia realizzato la copertina di un mio disco non ha significato un mio speciale avvicinamento ai musici­sti di quel giro (che comunque stimo). Per quanto mi piacciano moltissimo i Cocteau Twins, e certe cose dei Dead Can Dance, non conosco profondamen­te gli artisti della 4AD. Apprezzo lo spirito dell'etichetta, l'ideale estetico di Ivo. Ma mi pare che la situazione sia un'altra: molti, giornalisti e non, pro­vano un irrefrenabile impulso ad eti­chettare e catalogare, sempre e comun­que. Oggi ci sono molti musicisti che sfuggono alle etichette tradizionali, per una ragione o per l'altra, ed allora ven­gono raggruppati nella medesima area. Siamo sempre di più, ma questo non si­gnifica che siamo necessariamente si­mili per ispirazione: in realtà molti cri­tici non sanno come situarci... Devo ri­conoscere che la 4AD ha una disposi­zione organizzativa molto diversa dalla Virgin: i miei dischi, adesso, vengono promossi e pubblicizzati alla stessa ma­niera, e per lo stesso pubblico, di quel­li di... Boy George. Magari succede che non vendono come i suoi. Per forza! E' un grave problema che riguarda non so­lo le case discografiche, ma anche la stampa. Nonostante Londra sia forse il centro musicale più importante del mondo, c'è un'attitudine così codificata, così ristretta (mentalmente parlando) che mi spinge a considerare molto più interessanti ed articolate le riviste musi­cali europee, giapponesi, australiane. Lo stesso vale per il pubblico".

David viaggiatore...

D.S.: "Un tempo viaggiavo di più, cer­cavo stimoli esotici e lontani. Adesso, per vari motivi, preferisco trovarli in me stesso. Tentare di sondarmi, di inter­rogarmi come potevo fare dinnanzi ad una vetta o ad un orizzonte oceanico. L'India è un paese realmente sublime e spaventoso, e mi ha aiutato a crescere, a conoscere me stesso più di ogni altro luogo. Lo stesso, e forse di più, vale per il Nepal. Istanti e visioni che con­serverò sempre. L'assoluta magia del­l'Australia. La quieta poesia di Kyoto, dove cerco di tornare appena posso".

Come componi?

D.S.: "Nella relativa solitudine della mia casa, della mia stanza-studio".

 

Appari come un essere elusivo e solitario, essenzialmente 'a private per-son'. Però i tuoi dischi, i tuoi testi, ri­velano i tratti più intimi e personali del tuo essere. Come spieghi il parados­so?

D.S.: "Credo che ognuno di noi abbia un essenziale ritegno, una sorta di ata­vico timore, di lasciarsi coinvolgere dalle emozioni, e ancor più di dimo­strarlo al mondo. Questa è la ragione per cui nei Japan mi nascondevo dietro a delle immagini. Ed è anche la ragione per cui non ero completamente soddi­sfatto delle mie/nostre espressioni. Cre­scendo, invecchiando se vuoi, ho capi­to che se desideravo comunicare con gli altri, ed essere compreso, dovevo superare certi limili, certe barriere. Per­ché il tuo prossimo, nel bene e nel ma­le, merita solo l'assoluta schiettezza. La sincerità".

Che tipo sei, David?

D.S.: "Uhm, difficile ed imbarazzante, la domanda. Sono un maniaco della co­noscenza. Voglio conoscere, sempre e
comunque. Sono ossessivo in questo. Ma, per il resto, è troppo difficile ri­sponderti...".

Sei soddisfatto di "Secrets..."? 

D.S.: "Non proprio. Ma ti avrei rispo­sto così anche per "Brilliant..." e "Go­ne..". A proposito di "Secrets...", col­go l'occasione per ricordare che il mio più grande rimpianto è la mancata inclu­sione (sull'album) di un brano intitola­to "Ride", che forse era il più importan­te tra tutti quelli che ho composto. Pur­troppo ho dovuto interrompere le regi­strazioni, per circa due mesi, perché ero davvero stravolto dalla fatica delle notti e dei giorni precedenti trascorsi totalmente in studio. Quando ho prova­to a riprendere, era troppo tardi. Nono­stante mi sia offerto di pagare personal­mente lo studio, la Virgin si è oppo­sta, perché eravamo in ritardo rispetto alla data prevista per la pubblicazione dell'album. Comunque "Ride" uscirà co­me singolo, nel 1988".

Che cosa, come e quanto sogni? 

D.S.: "No sogno quasi mai, ahimè. E' uno dei miei maggiori rimpianti, ma proprio non ci riesco, e non posso far­ci nulla. Raramente sogno della mia in­fanzia, che è stato sinora il periodo più doloroso della mia vita (niente a che vedere con la mia splendida fami­glia: si è solo trattato delle prime espe­rienze di un bimbo/adolescente troppo sensibile...). Credo che ciò accada per­ché, dopo tanti anni, certi blocchi sia­no stati rimossi. Nel subconscio".

Come affronti la realtà, adesso?

DS.: "Non mi distacco dalla società, cerco di allontanarmi il più possibile dalla 'vita sociale' (intesa come 'monda­na'). Vorrei appartenere al mio mondo. Vorrei, ma proprio non ci riesco. La vi­ta degli esseri umani è regolata dalla più sfrenata ingiustizia, i valori impe­ranti sono quelli della più grossolana superficialità. Ogni forma di politica ignora il ruolo dell'individuo, si nutre di speculazioni pseudo-idealistiche secon­do le quali, in pratica, pochi traggono il massimo vantaggio dal malessere di molti. I giovani non hanno punti di ri­ferimento perché, nonostante l'inesperienza, si rendono conto dell'estrema in­sincerità propagandata da coloro che vorrebbero regolare le loro vite. In que­sto senso, per quanto assurdo possa ap­parire, il periodo è molto positivo. Per­ché i giovani cominciano a guardare verso se stessi, a ricercare le proprie risorse, a confrontarsi con le proprie e più essenziali qualità. Per questo, non importa quanto piccola possa essere la mia influenza, quando penso che qualcu­no di loro può sentirsi stimolato verso la propria essenza umana ascoltando la mia musica, le mie parole, mi pare dav­vero di attuare qualcosa di significati­vo. In generale, odio l'aggressività, che è sempre sostenuta dall'ignoranza. Apprezzo, in assoluto, la sensibilità".

Perché un titolo come "Segreti del­l'alveare"? Immagino tu sappia che la società delle api è una delle più peculia­ri nell'ambito del regno animale...".

DS.: "Il simbolismo, innanzitutto. E poi il fatto che ognuno potrà leggervi quello che vuole: il mistero della produ­zione mellifera, la comunicazione in forma di danza, la struttura rigidamente matriarcale, la costante e fondamentale presenza dei fiori...".

Pare che suonerai dal vivo, alfine...

D.S.: "Ho dovuto attendere di essere pronto, di sentire nuovamente questa esigenza. Certo, i suoni dei miei tre albums sono molto difficili da rendere 'on stage'. Ma ho fiducia nel pubblico. Spero e credo che l'emotività dei miei compagni, e mia, saprà rendere l'essen­za della nostra musica. Certo, non sia­mo un gruppo da stadio. Ma sono con­vinto che sarà un'esperienza interessan­te. Per tutti".

Ti accade di avere più rimpianti per cose che hai fatto o per ciò che non hai potuto fare?

D.S.: "Non ho rimpianti. "Laughter and Forgetting" parlava proprio di que­sto. Ciò che si è vissuto, è. Ed è con­cluso. Rimane nella memoria, se è dav­vero importante. Ma niente di più. Le cose che non ho potuto attuare, allo stesso modo, restano solo se sono pro­getti davvero importanti. Bisogna at­tendere l'istante giusto...".