[1987] Intervista di Red Ronnie

La sua apparizione in Pinky, contrapposta ai Duran intervistati a Parigi, ha colpito. Quel filmato del 1978 in cui assomigliava tantissimo al miglior Nick Rhodes ha fatto il resto. La sua bellezza, per molti superiore a quella del tanto adorato Simon, ha fatto pensare. Ma soprattutto la sua personalità disarmante, quel suo rifiutare un mondo e una posizione di star da troppi adorata...Insomma, tante lettere mi hanno chiesto di conoscere meglio David Sylvian, quello che il quotidiano The Sun definì anni fa: l'uomo più bello del mondo. Naturalmente, come sempre, l'intervista mandata a Pinky era solo una piccola parte del girato. Ecco quindi un po' di cose già viste in tv e tanto inedito su questa chiacchierata con Sylvian.

Red Ronnie
- Perchè hai rifiutato di essere una star? Potresti essere come Simon Le Bon?

David Sylvian - Perchè non è ciò che desidero. mi sono sentito a disagio con un viso famoso, mi era antipatica l'idea di essere perseguitato dai giovani attorno a casa che magari riuscivano a scoprire il mio numero di telefono e impicciarsi della mia vita privata. Questo non mi piaceva affatto, ne ero molto scontento e trovo che ora con un certo livello di anonimato riesco a muovermi di più, mi godo di più la vita. Non ho l'ego che mi permette di sopportare tutto questo viaggio verso il divismo. Sono molto più felice lavorando in questo modo.

R.R. - Non ti piaceva essere riconosciuto per la strada?

D.S. - No, sarà perchè sono timido di natura. Evitavo di uscire, diventavo paranoico per la paura di essere riconosciuto. Quando sei veramente un artista finisce per avere delle persone attorno, che ti fanno da tampone col mondo esterno, e che ti proteggono da quello che succede nel mondo reale. Questo ti può portare ad avere una visione falsa delle cose. Può essere molto pericoloso se non hai una visione reale della vita. Come può avere un valore reale il tuo lavoro? Potrà solamente avere un certo lustro superficiale. Invece io dò più importanza al mio lavoro e alla mia vita, piuttosto che al successo e così via.

R.R. - Ora credi di vivere nel mondo reale?

D.S. - Sono molto più vicino di quanto non lo sia mai stato prima. La mia vita è più piacevole. Ho un amore per la vita che va oltre le mie stesse circostanze, il mio benessere e i miei problemi personali. Ho un amore per la vita che va oltre tutto questo e per me è una cosa nuova.

 

 

 

R.R. - Come ti sentivi quando facevi i concerti?

D.S. - Beh, non mi è mai piaciuto fare tournèe. Poteva essere piacevole per periodi di tempo brevissimi. E' per questo che non le ho più fatte da quando i Japan si sono sciolti. Agli altri componenti dei Japan piaceva moltissimo fare tournèe e in un certo senso sentivo che li stavo limitando nelle cose che volevano realmente fare.

R.R. - Non ti senti il bisogno dell'energia che ricevevi dal pubblico sul palcoscenico?

D.S. - Può darsi, però finisci per stravolgere un tipo di formula o delle tecniche. Sai come eccitare un pubblico, sai cosa gli piacerà o cosa non gli piacerà, quindi può essere molto artificiale se nello spettacolo non c'è della spontaneità o dell'improvvisazione. E questo tende a non esserci nella maggior parte dei concerti pop o rock. Una serata su dieci diventava speciale, nel senso che andava oltre la solita storia di fare 16 canzoni ogni sera. E si creava una sensazione di magia, ma una sera su dieci non giustifica 6 mesi di tournèe. Per me è molto più importante il lavoro d'incisione. Finchè ho nuove idee per nuovi album e nuovi dischi devo realizzarle prima di pensare a fare altri tours.

R.R. - E' strano pensare che oggi esiste una persona che non s'interessa di avere ragazze che gridano attorno a un palcoscenico. Oggi tutti vogliono esser star nel rock'n'roll. Addirittura i Sigue Sigue Sputnik iniziano il lor odisco gridando: voglio essere una star!

D.S. - Penso che questo sia attraente per i giovani. All'età di 16-17 anni va benissimo. E' molto affascinante il pensiero di essere un divo del rock'n'roll. Secondo me è un'esperienza molto vuota, manca di tutto. Ritengo che se dai valore alla musica e credi nel potere della musica devi deviare da quel tipo di successo. E' molto vuoto, superficiale. Non dipende dalla musica, ma dall'ego, dall'immagine e dallo stile, che non c'entra con la buona musica. Ma il pop si basa su questo.

R.R. - Dalla copertina del tuo album più recente e dalla tua persona ho una sensazione...come di solitudine. Sembra che ti piaccia restar solo?

D.S. - Sì, credo che la solitudine sia molto importante, almeno lo è per me. E' importante capire se stessi. La solitudine mi fa riflettere sulle cose che faccio o su quello che voglio fare. Serve a raggiungere un certo stato d'animo, per poter lavorare e questo necessita di una preparazione. Vivo con la mia ragazza, Yuka, da circa 4 anni. Quindi non sono completamente solo, ma ci concediamo molto spazio a vicenda. Talvolta la mia musica porta a una certa introspezione da parte dell'ascoltatore. Ci sono persone a cui questa sensazione non piace, non amano essere soli con se stessi e questo li spaventa. Quel genere di persone definisce la mia musica deprimente. Io trovo che molta della mia musica sia una celebrazione della vita, ma non ha a che fare con le forme tradizionali di celebrazione. Oggi la maggior parte delle persone rapportano l'emozione ad un brano di musica ritmato, con una sezione ritmica molto forte. Invece la mia musica è rapportata a forme più tradizionali, a certi generi di musiche religiose ed etniche, anche se ha delle radici profonde nel pop. Non so bene da dove provenga, ma sicuramente sarà il risultato del mio isolamento. Mi auguro che esista anche una sensazione di gioia."

 

 

R.R. - Ma la tua solitudine è stata una tua scelta? Molti desiderano avere amici che non riescono ad avere, ed anche con le persone che definiscono amici non riescono ad aprire se stessi. Oggi la gente è molto chiusa in se stessa, anche controvoglia.

D.S. -Sì. Ma stai dando l'impressione che io mi isoli ed è falso. Credo che sia un'idea che ha creato la stampa. In realtà non mi isolo così tanto. Ho una cerchia di amici. Ritengo che le amicizie e i rapporti siano molto importanti. Non potrai mai imparare molto su te stesso restando chiuso in casa da solo. Bisogna rapportarsi con gli altri. Forse molte persone hanno paura di avere rapporti con altri. Tutti siamo così fino a un certo punto, per la paura di essere feriti o chissà che. Posso dirti solo che per me i miei rapporti con gli altri sono molto importanti e che non sono tanto isolato quanto vuol far sembrare la stampa.

R.R.- Hai un approccio religioso verso la tua musica?

D.S.- Ho certi valori che guidano la mia vita, quindi sicuramente verranno a galla all'interno della mia musica. M'interesso della consapevolezza spirituale e più divento consapevole di me stesso, più capisco il mondo intorno a me. Questo mi ha procurato una gioia di vivere che va oltre le mie circostanze ed inoltre dà uno scopo alla vita. Credo che questo venga trasmesso attraverso la musica ed è per questo che dico che la musica deve essere positiva e non negativa perchè non mi fermo sugli aspetti negativi della vita. Vedo la vita come una cosa gioiosa e cerco di trasmetterlo nella musica. C'è una sofferenza ed una frustrazione che l'accompagna, ma le considero come una parte della vita.

R.R. - Porti il corcefisso perchè credi? Oppure perchè è semplicemente qualcosa da indossare?

D.S. - Credo in Gesù Cristo, ma sono argomenti difficili da esternare e potrebbero diventare astratti. Non pratico nessuna religione conosciuta, non sono nè cattolico, nè altro. Ho l mie convinzioni che sono personali, ma preferirei non dare ulteriori chiarimenti. Come ho già detto la consapevolezza spirituale per me è molto importante e gli insegnamenti di Gesù Cristo, di Buddah, della Kabala e dell'albero della vita, tutte queste cose possono aumentare la consapevolezza di se stessi in qualche modo, perchè sono insegnamenti.

 

 

R.R. - Hai fatto un libro di Polaroid, perchè?

D.S. - Quando i Japan si sono divisi io non ho lavorato per un anno e mezzo. Smisi d iscrivere perchè volevo cambiare il mio modo di scrivere e dalla frustrazione derivata mi sono rimesso a disegnare e a dipingere. Cosa che facevo quando ero più giovane. Le Polaroid sono state un risultato di quel periodo. Stavo semplicemente giocando con diversi tipi di materiali e le Polaroid mi sono sempre piaciute. Ho cominciato a fare questi ritagli, questi montaggi, e lo trovai interessante.

R.R. - Perchè la Polaroid e non un altro tipo di macchina fotografica professionale, con colori professionali e con una definizione professionale?

D.S. - Innanzitutto perchè mi piace la qualità del colore del colore della pellicola Polaroid. Ho sempre usato la Polaroid per me stesso quando viaggiavo. Ci sono cose che puoi fare graffiando la superficie della fotografia, si può creare l'effetto quasi di un colore a olio. Hai una penna o qualcosa del genere?

(Dave prende una paio di polaroid che gli avevo scattato mentre lui rispondeva alle domande e comincia a graffiarle con un pennarello. Ma non era il tipo di biro giusta e il risultato non è stato eclatante)

R.R. - Lavori sui contorni delle facce?

D.S.- Alcune volte sì. Altre volte si possono far risaltare le caratteristiche di un viso. Puoi fare tutta una serie di cose, sono molto adattabili. Tagliandole aprendole e togliendo i bordi bianchi si possono manipolare più facilmente.

R.R. - Ma perchè la Polaroid? Perchè è immediata?

D.S. - Sì è immediata, ti dà subito il materiale su cui lavorare. Ho cominciato a lavorare con questo materiale durante l'ultima tournèe dei Japan. Ogni notte dopo il concerto tornavo nella mia stanza d'albergo per disegnare. Una sera però finii tutto il materiale e l'unica cosa che avevo era la macchina fotografica Polaroid. Cominciai a lavorare con quella facendo autoritratti, poi lavorandoci così, scarabocchi sopra e, se vogliamo, distruggendo l'immagine originale per creare qualcosa di completamente diverso. Ed è diventato molto interessante. Non sono sicuro se ho fatto bene a mostrarlo al pubblico. Non so se era giustificabile che facessi questo, ma per me era un sollievo dalla frustrazione del non poter scrivere. Credo che sia ancora importante e se ora smettessi nuovamente di scrivere penso tornerei a disegnare, a dipingere. Non tornerei alla fotografia comunque, non mi interessa molto. E' solo capitato in un certo periodo di tempo e andò a finire così.

 

 

R.R. - Ti piacciono le foto in bianco e nero.

D.S. - Sì. Sono un grande ammiratore di molti fotografi e la maggior parte lavora principalmente in bianco e nero. Credo che la fotografia in bianco e nero abbia un potere, un mistero. Il colore può distruggere quel tipo di mistero.

R.R. - Forbidden Colours era un libro di Mishima.

D.S. - Sì. parla di omosessualità. Quando Sakamoto mi chiese di scrivere la colonna sonora per il film, io non avevo visto il film. Sarebbe stato poi Merry Christmas MrLawrence. mi disse che l'autore del film era molto influenzato da Mishima e la storia trattava di un amore omosessuale. Dovevo solo lavorare su questo. Ma volevo scrivere qualcosa su me stesso. Quindi ho cercato di usare il rapporto omosessuale per lavorare a due livelli. Prima sulla storia d'amore omosessuale e secondo sul rapporto duplice che si ha con se stessi. Spero che questo venga fuori nella musica in qualche modo, perchè ha molto a che fare con quello che mi stava succedendo in quel periodo. stavo mettendo alla prova le mie convinzioni religiose, del tipo: credo in Dio o credo a me stesso? Oppure le due cose possono coesistere felicemente insieme? Erano queste le domande che mi ponevo e le parole trattano proprio di questo.

R.R. - Perchè sei così affascinato dal Giappone e dalla Cina?

D.S. - Dopo la mia prima visita nel 1979 sono rimasto affascinato dal Giappone.

R.R. - Ma vi chiamavate Japan prima di questo?

D.S. - Sì, però, non c'era un vero motivo perchè non avevo nessuna conoscenza di questa nazione in quel periodo. Per me era una cultura aliena, completamente aliena. E' una nazione affascinante, è una nazione di contrasti. Se conosci Tokyo, non significa che conosci il Giappone. Ci sono aspetti diversi della cultura. Iniziò con un fascino superficiale la prima volta che ci andai nel 1979. Poi ci sono andato più volte, ho fatto sempre più amicizie, ho visto sempre di tutto e credo di aver imparato molto da loro. O almeno ho tirato fuori una parte di me stesso. Non so quanto io abbia assorbito dal Giappone, oppure se in realtà stava tirando fuori cose che avevo già dentro di me.

 

 

R.R. - Che differenza c'è fra il Giappone e la Cina? Perchè, nostro malgrado, per noi sono solamente gialli?

D.S. - C'è una grande differenza tra i cinesi e i giapponesi. Il loro modo di vivere è completamente diverso. I loro governi sono completamente diversi. E' molto difficile puntualizzare le caratteristiche. In primo luogo sono entrambi delle società in cui si lavora per il gruppo. non esiste l'individuo come tale, perchè tutti lavorano per il gruppo. Questo tanto per cominciare è un'esperienza molto strana. I giapponesi sono altamente produttivi, hanno questo alto grado di produttività, ma d'altro canto c'è questa grande frivolezza, non c'è una via di mezzo. I cinesi sono persone molto equilibrate, di nuovo dei bravi lavoratori. Non so comunque se sono la persona più qualificata a rispondere a questo tipo di domanda.

R.R. - Mi ricordo che all'inizio tutti dicevano che tu eri il nuovo Bowie. Ti ha influenzato Bowie?

D.S. - Sì. Sono cresciuto all'inizio degli anni 70. musicalmente erano anni magri. Non stava succedendo niente di particolare. Sì c'era tutta la questione del glam rock, che era molto superficiale. C'erano solo un paio di artisti che stavano facendo qualcosa di interessante. Bowie era uno di questi, i Roxy Music e naturalmente dai Roxy Music è uscito Brian Eno. tutti loro hanno avuto un grande ruolo nella mia educazione e sicuramente sono le mie prime influenze.

R.R.- David Bowie, i Roxy Music e Brian Eno sono stati degli idoli per te?

D.S. - Sì, quando ero più giovane. Però ci si sposta da questo tipo di influenza che si integra e di cui non ne sei estremamente consapevole.

R.R. - Hai mai incontrato David Bowie?

D.S. - Sì, molti anni fa, sì.

R.R. - Come ti sei sentito incontrando un tuo idolo?

D.S. - Non ho sentito niente di particolare. Devo ammettere che anche ora preferisco non incontrare le persone che ammiro veramente, se non c'è un buon motivo. Ho smesso di adorare i miei eroi, non credo si faccia dopo una certa età. Però ho questa cosa di non volere incontrare le persone che ammiro veramente, perchè può essere molto, molto deludente.

R.R. - Il rock ha spesso, involontariamente, propagandato la droga e l'ha resa quasi affascinante.

D.S. - La droga può essere attraente per i giovani. Per molti è l'unica via d'uscita. E' comprensibile perchè quando prendono in considerazione le loro vite, trovano di essere senza prospettive di lavoro o altro. Può essere l'unica forma di evasione. Certamente è una brutta cosa, ma finchè ci sono rockstar che vanno in giro a farne uso, o attori o qualsiasi personaggio. Anche se dopo confessano e dicono che è una cosa sbagliata, è già troppo tardi, è già stato reso affascinante. C'è tutto un mito che circonda il mondo della droga ed è molto attraente per i giovani. Ha a che fare con la ribellione contro la società in cui vivono.

R.R. - La droga non è una ribellione?

D.S.- No, non lo è. E' causa di una guerra all'interno dell'individuo e non ha niente a che fare col mondo vero.