[1989 - Ciao 2001] Magical mistery box di Mark Prendergast

Scansioni

Intervista pubblicata da Ciao 2001 nel 1989
Intervista pubblicata da Ciao 2001 nel 1989
Intervista pubblicata da Ciao 2001 nel 1989
Intervista pubblicata da Ciao 2001 nel 1989
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Intervista pubblicata da Ciao 2001 nel 1989

Ringrazio "Barbara/bamboomusic70" per aver condiviso le scansioni di questo articolo.


Ovvero l'uscita di un cofanetto apparentemente misterioso e immotivato e che in realtà condensa tutta la carriera dell'artista. Si parla inoltre dell'ultimo 12" dell'artista, "Pop Song' e dell'imminente registrazione e pubblicazione del nuovo album dei ricostituiti Japan. La svolta mistica di Sylvian sta per finire davvero?
La migliore musica dovrebbe sempre toccarci nel profondo dell'anima. Così come è inevitabile che la buona musica provochi un cambiamento, se arriva a toccare le corde giuste nell'anima. La produzione solista di David Sylvian è riuscita a provocare tutto questo a molte persone. Sin dai tempi dei Japan così influenzati dall'immagine ed in particolare del significativo "Tin Drum" del 1981, questo avvenente, angelico londinese altamente intellettuale, ha prodotto musica che può essere considerata "arte a alto livello". Caratterizzata da uno stile vocale vellutato, la sua produzione solistica assume rilevanza in particolare per la sua ricchezza strumentale e per le sue incursioni nella musica elettronica, minimalista e jazz.
Tutto è iniziato con "Brilliant Trees" nel 1984, il disco londinese/berlinese che ammiccava al pop mentre ricercava lontani lidi arabici con l'aiuto del trombettista John Hassel. Altri artisti come il jazzista Danny Thompson, il tastierista Ryuichi Sakamoto e il veterano avanguardista Holger Czukay hanno contribuito a quell'avventuroso mix di suoni. Poi è seguito, nel 1985, il cofanetto "Alchemy/ln-dex", in edizione limitata, una specie di missiva a coloro che volevano seguire Sylvian nel suo viaggio verso l'ignoto. Hassel era ancora una volta presente, con note di flauto marocchino e dervish delle tromba e inserite in ritmi ipnotici. Il pezzo migliore era "Awakening", che poteva essere la colonna sonora ideale di un racconto di Paul Bowles. Il resto erano brani registrati a Tokio con il superbo tecnico del suono Seigen Ono. "Preparations For A Journey" era africaneggiante, mentre "Steel Cathedrals" era un tour-de-force curato da Czukay, Robert Fripp, Ryuichi Sakamoto e Kenny Wheeler alla tromba, tutti impegnati a raggiungere un punto di fusione tra diversi tipi di musica. Divenne il tema principale di un film giapponese che aveva lo stesso titolo, e rappresenta ancora oggi il risultato più rivelante di Sylvian fino a questo momento.
Un anno dopo David è tornato alla ribalta con il doppio album "Gone to Earth", in compagnia del chitarrista Robert Fripp e di Billy Nelson, con l'aggiunta del turnista Mel Collins (sax soprano) e B
.J. Cole (steel guitar). I due dischi consistevano in uno vocale e uno puramente strumentale, quest'ultimo mostrava la crescita di sensibilità dell'artista Sylvian, stimolata anche dal produttore Steve Nye. A tre anni da quei giorni ecco l'incontro con David Sylvian, in un discreto hotel nel distretto londinese di Holland Park. Vestito soavemente con una maglia di stile raffinato, pantaloni scuri e occhiali sfumati, ha un look decisamente europeo. Capelli piuttosto lunghi, rossi e viso pulito, privo di qualsiasi ombra di barba, completano il ritratto di un artista interessato alla raffinatezza ed alla bellezza. Gli argomenti di cui parlare con Sylvian sono molti. Prima di tutto il superbo album vocale "Se-crets Of The Beehive", del 1987, in cui ha fuso le sperimentazioni strumentali dei primi anni con un maggiore senso lirico e di profondità vocale. Poi le due collaborazioni con Holger Czukay "Plight And Pre-monition" del 1988 ed il più recente "Flux And Mutability", entrambi opere musicali molto avanzate, come qualunque musicologo potrebbe attestare. Mentre Sylvian si accende una Gauloise, gli chiedo dettagli sulla registrazione di "Secrets Of The Beehive", in particolare della miscela omogenea degli stili acustico e vocale.

- Ehm, da dove cominciamo? C'era un'enfasi, sul contenuto lirico, maggiore che negli album precedenti. Le canzoni sono uscite fuori molto facilmente e tutto il materiale è stato scritto in un periodo di tempo molto breve. Visto che tutto era così semplice e diretto, tutti gli arrangiamenti - i testi, le basi -sono stati fatti in un'unica seduta di registrazione. E' stato completato in breve tempo, le cose sono uscite fuori quasi da sole. Non c'è stato bisogno di enfatizzare nulla, in termini di atmosfera, e nemmeno per quanto riguarda eventuali apporti di altri musicisti. Ho fatto qualche nastro dimostrativo di tutti i brani e mi sono attenuto abbastanza rigidamente alle esecuzioni originali.

- C'è una fluidità che scorre attraverso brani come "Orpheus" e la suggestiva "Let The Happiness In", eppure sono stati registrati in luoghi differenti. Come mai?
- Avevo deciso di iniziare nel sud della Francia a causa della sua posizione. Forse prima ti ho raccontato del fatto di essere andato a Berlino e aver iniziato "Brilliant Trees" e di tutti quei musicisti che venivano a Berlino e si incontravano per la prima volta. C'è molta scioltezza quando tutti si incontrano per la prima volta in un luogo estraneo - è come se questo aprisse un po' di più la gente. Perciò con "Spirits"..., ho cercato di ricreare quell'atmosfera.

- Quando ti incontrai all'inizio dell'87, eri soltanto nella fase progettuale dell'album, eppure il disco era
già nei negozi in ottobre! Un lavoro molto veloce direi...

- Credo che fosse marzo... In effetti il sud della Francia ha avuto una buona influenza su tutti. Eravamo molto rilassati, era un luogo incantevole. Vennero David Tom, Danny Thompson, Danny Cum-mings e Ryuichi, e da lì iniziammo a lavorare. Ho lavorato con ciascuno di loro singolarmente, perché non avevano mai lavorato come gruppo prima di allora, così ho sovrapposto una pista all'altra. In Francia abbiamo fatto tutte le registrazioni base, poi Ryuichi è tornato con me a Londra e abbiamo registrato i pezzi orchestrali all'Angel. Poi sono andato in Olanda a terminare le ultime registrazioni e le parti vocali.

- Perché in Olanda?
- Perché volevo muovermi, e quello studio a Hilversum era molto rinomato. In effetti era uno studio molto ben attrezzato, ma non mi piaceva molto l'atmosfera. Non sono favorevole alle situazioni in cui ci sono gruppi di sale di incisione una attaccata all'altra. Preferisco essere isolato. Comunque, tornai in Inghilterra e finii il disco al Wool Hall, a Bath. In tutto, si è trattato di due mesi e mezzo di registrazione !

- Il brano "Orpheus" sembra riguardare il dio greco della musica. Questo Sylvian sta forse mettendo in mostra le sue conoscenze della mitologia classica?
- No, non è questo, l'ho usato solo come una rappresentazione della musa. Chìamiamolo potenziale creativo, oppure la differenza tra arte conscia ed inconscia. L'idea di essere aperti alle cose che ti arrivano, senza interferire o bloccarle. Ci vuole molta pazienza per stare seduti ad aspettare che l'informazione ti arrivi al cervello, anziché forzarla. Vedi, la tentazione di intervenire è forte. Ovviamente, c'è una grossa parte di preparazione che tu puoi fare per creare qualcosa, e ognuno ha un suo modo di prepararsi a questo, ma ci deve essere un momento preciso in cui senti di essere pronto per comporre, per creare, e da quel momento in poi devi interferire il meno possibile a livello conscio. Nel mio caso è come una sorta di meditazione, la creatività deve essere quasi una seconda natura, dove non bisogna lottare per gestirla. E' come se ti immergessi in qualcosa e dessi a te stesso il tempo di familiarizzare con questa cosa a livello inconscio. Sì, si infiltra nella coscienza e poi ritorna sotto una forma diversa. Questo è il processo.

- Il gusto di Sylvian per il viaggiare verso nuove destinazioni è stato particolarmente evidente durante il suo tour del 1986, per promuovere la pubblicazione di "Gone To Earth", con puntate anche in Giappone ed in Australia. Infatti, l'intensa "Let The Happiness In" è stata ispirata da un viaggio a Melbourne.
- Sì, ricordo che avevamo un paio di giorni liberi e abbiamo viaggiato in macchina fino ad un porto, chissà dove, e non ricordo come - ho finito per ritrovarmi isolato, seduto sul bordo di un molo desolato (sorride). Ho usato questa immagine come un accumulo di un certo tipo di struggimento.


- Beh, fino ad ora non sapevo che quella canzone fosse stata scritta in Australia. Pensavo che, essendo tu un londinese, l'avessi scritta guardando il Tamigi!
- Tutto può rappresentare qualunque cosa! Non c'è motivo per cui non si debba essere soddisfatti doovunque ci si trovi. Bisognerebbe essere in grado di focalizzare e sapersi concentrare in ogni situazione, perché non dipende da quello che c'è fuori, ma da quello che si ha dentro. E quello che hai dentro lo puoi rivestire con qualsiasi immagine tu voglia, così puoi cogliere qualcosa magari mentre viaggi o durante una qualsiasi esperienza, e la puoi utilizzare per rivestire certe tue idee o concetti e proporli al mondo. Penso ci sia una specie di applicazione universale per queste idee. "Happiness" è uno dei pezzi più riusciti che ho scritto seguendo questa idea.

- Al contrario, "Plight And Premonition" era una straordinaria esplorazione nell'avanguardia, miscelata a melodie, ritmi e accordi più classici, creando una sconvolgente miscellanea di rumori di fondo contrastanti e suggestive melodie. E' stato difficile ottenere questo equilibrio?
- E' stato il disco più facile che io abbia mai fatto! Era così inatteso. Ero andato a Cologne per registrare una parte vocale per il disco di Holger, "Rome Remains Rome" e una sera arrivai tardi e andai a cena con un amico di Holger, Karl Lippergaus. Poi, dopo cena, decidemmo di tornare in studio, con l'intezione non di lavorare, ma soltanto di ascoltare ultimi lavori di Holger. Ma lo studio di Holger è organizzato in modo tale che è molto facile ritrovarsi, quasi senza rendersene conto, a suonare. E' molto bello - un cinema abbandonato con un grosso spazio per lavorare e nessuna separazione tra lo studio e la sala di regia. Ed è tutto pronto per l'uso. In un angolo c'è la zona percussioni, in un altro punto ci sono alcune tastiere, gli amplificatori, e altre cose. E' molto allettante, e ti ritrovi all'improvviso a giocare con un suono o l'altro. Mi ricordo che Karl si era messo al piano e aveva cominciato a suonare un pezzo, io mi sono unito a lui con la chitarra e così abbiamo iniziato... Holger aggiunse alcune registrazioni che aveva fatto da una radio a onde corte. Siamo andati avanti così tutta la notte... libera improvvisazione.

- Sembrava come se non ci fosse nessuno a suonare su quel disco!
- E' vero, e questo é stato intenzionale. L'idea era quella di cercare di non suonare, di fare il meno possibile per far sì che non ci fosse una personalità identificabile, ma di creare piuttosto un'atmosfera. "Premonition" è fondamentalmente un'unica performance. "Plight" era un brano molto semplice nel 1986 - sarà stato lungo al massimo 10 minuti. Holger ha riportato in vita. E' un brano totalmente diverso da quello che era originariamente. Penso che in realtà sia un pezzo quasi esclusivamente suo... "Premonition" invece lo sento più vicino a me.

- Che cos'è esattamente quel brano "Ultra-sound" che suona Jaki Liebezeit?
- Quello è il senso dell'umorismo di Holger! Era un gong enorme il cui suono è stato riprodotto ad una velocità così bassa che sembra una specie di tuono. Tutto qui.

- Da marzo a giugno 1988, Sylvian intrapese un tour mondiale di ottanta serate chiamato "In Praise Of Shamans" con un gruppo che comprendeva gli ex-Japan Steve Jansen e Richard Barbieri e gli eccezionali virtuosi di chitarra e tromba David Torn e Marc Isham. Gli scenari erano stati disegnati dall'artista, collaboratore di Eno, Russel Mills e - secondo i commenti dall'Italia e dalla Francia - il tour ebbe un buon impatto a livello internazionale. Quali sono i ricordi personali di Sylvian, su questo avvenimento?
- Dunque, il budget era molto basso per gli allestimenti scenici e le attrezzature, così abbiamo fatto cose abbastanza semplici. Russel sa come muoversi con budget molto bassi, e sa ottenere il meglio possibile con quanto a sua disposizione, così disegnò tutto il materiale promozionale. Il risultato fu molto bello. Comunque, andammo in America, Giappone e in Europa, ma purtroppo non in Australia. L'accoglienza fu buona, ed ero sempre molto sorpreso dai riscontri. In America il pubblico era sempre diverso, in ogni posto in cui suonavamo avevamo sempre reazioni diverse. Il pubblico giapponese, credo fosse troppo sconcertato dal materiale e probabilmente non sapeva come reagire. C'era una sorta di silenzio tra una canzone e l'altra e tutto il gruppo si sentiva un po' strano a suonare davanti ad un pubblico che non dava nessun tipo di riscontro. Giusto qualche applauso di cortesia qua e là. - Il programma della tournée, molto serrato - ogni giorno una nuova città, un nuovo teatro e un nuovo pubblico - sembrava poco adatto all'aspetto fragile di Sylvian.

- E' stato molto faticoso da sostenere?
- La stanchezza mentale era la cosa più difficile da gestire. Ero sempre presente quando si trattava di prendere qualche decisione sul tour con Richard Cha-dwick, il mio manager. Avevamo organizzato e deciso tutto da soli - e sopraggiunsero diversi problemi da affrontare e quello fu veramente stressante! Inoltre, uno show di due ore ogni sera richiede molte energie, e le performances erano molto intense perché avevamo scelto il repertorio più "pesante" (ride). Facemmo "Steel Cathe-drals "e "Words With The Shamans", tutti i pezzi più lunghi. Il miglior riscontro lo abbiamo avuto in Italia, il pubblico era molto entusiasta. Ancora una volta, fui molto sorpreso dalla buona accoglienza degli americani, visto che non molti dei miei dischi sono stati pubblicati negli USA. Forse l'Inghilterra è stata la peggiore in termini di aspettative !


- Quasi dal nulla, è comparsa alla luce del sole la seconda collaborazione Sylvian-Czukay, intitolata "Flux And Mutability". Pubblicata nell'autunno del 1989, è una sorpresa piacevole. Quello che all'inizio sembrava semplicemente un incontro una-tan-tum tra le menti di due artisti molto diversi, si è trasformato in una associazione dinamica e creativa. "Flux (A Big Bright Colourful World)", vede il duo trasformare i loro primi esperimenti in un'atmosfera più ritmica, con la chitarra in primo piano e con Liebezeit alle percussioni, Micheal Karoli alla chitarra e Markus (figlio di Karlheinz Stockausen) al corno, mentre Holger fa uscire fuori i suoni con un buon lavoro al basso e David completa il tutto. Quasi una riunione dei Can si potrebbe dire, che si è svolta alla fine dell'88. In effetti, mentre i suoni tratti dalla radio o da treni sferragliami sono ancora presenti nel disco, "Mutability (A New Beginning Is In The Offing)" è pura emozione, con la sola chitarra di Sylvian accompagnata dal flauto africano suonato da Liebezeit. Si tratta forse di un nuovo esperimento?
- In realtà ho attraversato - ed è un processo ancora in corso - un periodo di transizione. E' stato un periodo di cambiamenti molto difficili per me. In un certo senso ho smesso di comporre, trascorrendo il mio tempo a casa, improvvisando, cercando di migliorare le tecniche di chitarra e così via, visto che come chitarrista non sono proprio eccezionale. Comunque mi stavo abituando a fare quelle cose, non mi dispiaceva. In ogni caso, si è trattato di un periodo difficile per me e pensavo, "Cosa potrei fare per sentirmi nuovamente motivato"? Parlai con Holger della possibilità di incontrarlo e lui era molto entusiasta. Così andai in Germania verso Natale '88, per dieci giorni. La situazione era un po' diversa dal solito, perché stavo recandomi da Holger intenzionalmente per registrare un album con lui, mentre la prima volta tutto era accaduto spontaneamente. L'atmosfera era un po' diversa, ma le tecniche erano molto simili, cioè ti siedi e cominci a suonare e cerchi di creare un atmosfera favorevole per lavorare. Cominciammo con "Mutability" e fu tutto molto facile. incredibilmente facile! Una serie di prime registrazioni, un paio di sovrapposizioni di tastiere quattro sovrapposizioni di chitarre e in un giorno era tutto finito!

- E' un pezzo molto emotivo - non proprio quello che ci si aspetterebbe da te, Jaki e Holger insieme!
- Beh, principalmente ci sono io che suono con Jaki che fa un pezzo con il flauto africano. Quel pezzo mi dà ancora delle sensazioni fortissime, lo sento molto vicino. Per me ha una certa potenza, anche per Holger. In realtà Holger non ha suonato in quel pezzo -è un brano molto lungo, quindi lui ha creato un ambiente congeniale affinché io potessi suonare. Poi mi faceva riascoltare il brano mixato fino a che io, dopo dieci minuti, cominciavo ad essere soddisfatto. Poi lo rimissava e mi inviava degli input ai quali io reagivo suonando. Questo è stato il suo apporto. Ovviamente questi suoi interventi non compaiono sul disco. Questa è una delle tecniche di Holger, la usa sempre con tutti i musicisti che registrano con lui. Cerca sempre di catturare la naturalezza del musicista e non il suo aspetto professionale. Sa quello che vuole, e quando lo ottiene, è completamente convinto e irremovibile. A volte per il musicista può essere frustante, perché ti sembra sempre che potresti fare di più, ma quando gli dici: "Posso fare meglio di questo, fammi provare un'altra volta", lui dice: "No, va bene così è perfetto", dice qualcosa di te.

- "Flux" è completamente diverso, in confronto, molto ritmico. Come ti sei sentito lavorare con tre quarti dei leggendari Can?
- Estremamente rilassato (ride). Comunque la chitarra di Michi è stata aggiunta dopo. Nella registrazione base c'eravamo soltanto io, Jaki e Holger. Ancora una volta si è trattato della prima registrazione effettuata! Io non ne ero molto soddisfatto e mi ricordo di aver detto a Holger, "Rifacciamola" e lui ha detto, "No, no, no, penso che ci siamo". L'esecuzione di Jaki era perfetta secondo il parere di Holger, mentre io pensavo che dovesse essere utilizzata come base e che potessimo fare qualcosa di meglio. Ero riluttante a trovare un accordo con lui, ad un certo punto, così ci abbiamo lavorato un po' sopra. Voglio dire, non è stato un pezzo facile da realizzare. Ciò che era iniziato come una sorta di brano d'atmosfera con percussioni stava assumendo altre caratteristiche, completamente lontane dalla direzione in cui stavamo muovendoci in "Plight And Premoni-tion" e "Mutability". Così lo abbiamo riconcepito. Lo abbiamo fatto il giorno dopo "Mutability". Alcune parti di chitarra sono mie, quelle più aggressive sono di Michael Karoli. E lo so, fanno l'effetto di una lama dì rasoio (sorride).

Dato il titolo "Flux And Mutability", c'è la vaga impressione che Sylvian stia ancora attraversando un periodo di transizione personale, elaborando dubbi e paure sulla sua posizione di artista e intrattenitore.

- Senti mai di non dovere fare uscire dischi per il pubblico?
- Beh, se avessi qualsiasi dubbio su quello che sto per fare, non lo farei. Certo, puoi entrare in depressione se cominci a guardare gli errori che ti sembrano veramente tali, o i lavori che non hanno successo. Credo anche che i dubbi si insinuino dentro di te quando stai attraversando un periodo di debolezza, quando non sei concentrato. E' proprio la concentrazione che io reputo molto importante nella mia vita, ho attraversato periodi in cui sono stato sbattuto da un estremo all'altro e non ho avuto tempo di concentrarmi su me stesso, e cominciavo a pensare che tutto fosse futile - "Perché sto facendo questo"? e così via. "Potrei fare della mia via qualcosa di più importante"! o cose del genere. In certi periodi c 'è sempre questa sensazione che si insinua.

- Se la tua musica non avesse il successo che ha e se tu non avessi il supporto della casa discografica, lo faresti comunque?
- Certamente sì. Sì! Assolutamente al 100%! E non è che dal punto di vista economico... Voglio dire ci sono sempre rientrato per un pelo. Non faccio molti soldi con i dischi che vendo o che faccio. Sono ancora in debito con la Virgin. Non ho ancora avuto i diritti per il mio lavoro solistico, quindi le cose a volte sono molto difficili! Ma lo accetto, ho deciso di accettarlo quando ho preso la decisione di lasciare la musica pop per quello che faccio adesso. Sapevo che le cose sarebbero diventate più difficili, ma sono preparato a questo. Non mi dissuade dal fare musica, e se diventasse ancora più dura, questo mi renderebbe ancora più determinato. Può essere un incentivo per fare quello in cui credi. Non ha nemmeno fermato Holger

- "Weatherbox" è il titolo di un cofanetto in CD di Sylvian con una versione speciale di "Alchemy" che introduce il pezzo di "Kin" e il brano al pianoforte "A Brief Conversation" al posto di "Preparations For A Journey". Queste due composizioni comparvero per la prima volta su "Pop Song 12", una pubblicazione che molti interpretarono come un ritorno alla scia commerciale.
- Questi nuovi pezzi furono aggiunti ad "Alchemy" perché si adattavano bene. Per me, tutti questi pezzi sono idee potenziali da sviluppare meglio nel futuro. "Pop Song" non è nel cofanetto, perché è una specie di esperimento strumentale. Usando quarti di tono nel programmare i sintetizzatori, ho potuto riascoltare la musica in un modo molto astratto, anziché essere perfettamente cosciente della struttura degli accordi ecc. Mi stimolava, perché potevo suonare un accordo, e questo conteneva diverse conformazioni musicali al punto di non riconoscere di che accordo si trattasse! Così ho improvvisato sia "Pop Song" sia "A Brief Conversation" direttamente sul nastro. Poi ho aggiunto una parte vocale per vedere cosa succedeva infine sono andato in studio e l'ho prodotta. E questo non è altro che lavorare ancora con suoni sintetici e l'inizio del mio viaggio in questa musica alternativa che sta cominciando ad affascinarmi.

- Domanda finale: cosa c'è nel futuro di David Sylvian?
- La prossima cosa che farò è un progetto di gruppo con tutti gli ex membri dei Japan. Abbiamo in progetto di andare in studio e improvvisare un disco. Non abbiamo più suonato insieme da quando i Japan si separarono e non suoneremo insieme fino a che non saremo in studio ad improvvisare e iniziere-mo a registrare qualcosa e vedremo quello che succede... Ho la sensazione che non sarà come i nostri lavori passati. Penso che sarà molto diverso e più sperimentale. Spero anche di fare un altro album con Holger. Le cose che vorrei fare sono molte tutto sta a trovare il tempo di farle tutte!