

Perché ha lasciato trascorrere tanto tempo fra un disco e l'altro?
Sei anni fa pubblicai l'album The first day con Robert Fripp. Fu dopo quell'esperienza che iniziai ad avvertire la necessità di riprendere il pieno controllo dell'attività solista.
Nel frattempo si era trasferito in America...
Dovevo ritagliarmi un nuovo habitat perché la routine londinese mi rendeva claustrofobico. Cominciai ad esaminare quei luoghi che avrebbero potuto risvegliare i miei interessi - anche quelli extramusicali, come la pittura astratta e la fotografia. Scelsi Minneapolis, dove tra l'altro ho conosciuto mia moglie Ingrid (Chavez, cantante e poetessa che lavorò alla corte di Prince, ndr): c'è un brano in Dead bees on a cake, intitolato Café Europa, che parla del nostro primo incontro. Ricominciai daccapo, insomma, vivendo la città come un tonificante rifugio lontano dal resto del mondo. In seguito Ingrid decise di trasferirsi altrove, e abbiamo scelto la California dove ho ripreso a comporre senza farmi torturare dalla fretta.
Secrets of the beehive (I segreti dell'alveare) e Dead bees on a cake (Api morte sulla torta) sembrano titoli legati da un filo logico...
Pensando all'alveare mi ricollegai all'antica rappresentanza della famiglia ideale e ad una scala di valori connessi alla spiritualità. Con le canzoni di Secrets of the beehive esprimevo quindi il bisogno di appartenere, di essere accettato, e al tempo stesso manifestavo il senso dell'isolamento, della non appartenenza. Le api sono invece una metafora dell'ego, mentre la torta è l'oggetto del desiderio.
Un desiderio che è fondamentalmente positivo...
Riflette soprattutto la serenità della mia esistenza senza peraltro trascurarne la complessità, poiché sono convinto che non si possa abbracciare totalmente la vita senza fare i conti con le zone d'ombra che ci riserva. Dead bees on a cake è un viaggio nell'amore, nella devozione, nel raggiungimento di un'entità divina. Un pellegrinaggio fisico alla ricerca dell'arricchimento spirituale che ho trovato nell'amore di mia moglie e dei miei figli. I testi delle nuove canzoni, oltre a rifarsi agli insegnamenti dei maestri induisti, esprimono la bellezza del nostro rapporto.
Spiritualismo, oggi, è anche sinonimo di New Age.
Che definirei un dolcificante: concepito ad arte per curare la vita ad un livello superficiale e per tamponare epidermicamente le ansie da nuovo millennio.
Fra i musicisti che ha voluto con sé nell'album c'è il giapponese Ryuichi Sakamoto: una presenza ricorrente nella sua carriera...
Ryuichi ha un merito che gli riconoscerò sempre: quello di essere entrato nei momenti chiavi della mia vita artistica. Quando all'epoca dei Japan la mia creatività conobbe momenti di stallo, mi convinse a registrare insieme il brano Bamboo Houses, e quando mi sottopose la musica per la colonna sonora del film Merry Christmas, Mr.Lawrence invitandomi a comporre il testo di una canzone, il risultato fu l'estrema naturalezza di Forbidden colours. Infine fu lui ad esorcizzare l'ansia del mio debutto solista incoraggiandomi a realizzare l'album Brilliant trees.
Chi le ha fatto scoprire la musica?
Mia sorella. Il silenzio della nostra casa venne interrotto dai suoi dischi che diffondevano il soul della Tamla Motown e i Beatles di A hard day's night e Ticket to ride.
E oggi cosa ascolta più volentieri?
Il jazz, soprattutto quello di John Coltrane. Normalmente non ascolto la radio e non guardo i programmi televisivi, per cui se voglio sintonizzarmi sulle nuove tendenze musicali acquisto qualche compact disc.
Quali sono i musicisti che più l'hanno ispirata?
Il Miles Davis del periodo elettrico, Nick Drake, Robert Wyatt, John Martyn, Scott Walker. Ma credo sia l'esperienza del vivere la più grande fonte d'ispirazione.
E i dischi che considera imprescindibili?
In a silent way di Miles Davis, Berlin di Lou Reed, Another green world di Brian Eno, e Pink Moon di Nick Drake.
Dell'esperienza coi Japan cosa ricorda?
Gli esordi, alla fine degli anni Settanta. Eravamo dilettanti che incoscientemente si mettevano a suonare e a comporre musica. Da questo punto di vista il nostro fu un approccio simile al punk, un misto di aggressività e frustrazione. Poi, album dopo album, ci siamo tecnicamente evoluti fino ad approdare a Tin Drum, che continuo a ritenere un album pressoché perfetto.
Quello che lei ha definito un pellegrinaggio fisico alla ricerca della spiritualità, da dove è cominciato?
Da Ghosts, un brano che inserimmo proprio in Tin Drum: scriverlo volle dire spogliarmi da quegli artifici glamour che sostanzialmente avevano decretato il successo dei Japan. Ed è iniziata la mia ricerca interiore.
Ma anche durante il boom dei Japan lei ha sempre dato un'immagine solitaria, da artista che malvolentieri si espone alla luce dei riflettori.
Indubbiamente. Come tutti gli introversi trovo nella solitudine gli stimoli per ricaricarmi. Mi sono sempre seduto ai margini della collettività: è il mio habitat naturale.
Che significato ha per lei fare musica, oggi?
Entrare in contatto con la mia parte creativa trasformando un'immagine mentale in una sequenza di melodie. Sono convinto che mettere a frutto la propria creatività sia una grande fortuna. E poi ci sono le sensazioni da afferrare al volo: il cielo azzurro di Minneapolis, per esempio, oppure la quiete lontana dalla civilizzazione che ho trovato sulle colline di Napa, dove ho registrato le parti vocali di Dead bees on a cake.
Crede nella vita dopo la morte?
Credo nella reincarnazione. E nel potere dell'amore.
Non teme il trascorrere del tempo?
Al contrario: ogni giorno che passa è un seme della crescita, un tassello in più verso la maturità. Non perdo mai di vista questi obiettivi, e ogni volta mi impegno ad evidenziarli attraverso la mia musica.