[1984 - Rockstar] Intervista di Guido Harari

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Scansione intervista di Guido Harari
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Ringrazio "Barbara/bamboomusic70" per aver condiviso le scansioni di questo articolo e River Man per averci  fornito la "pagina mancante"...

Intervista di Guido Harari
Fonte: Rockstar
Anno di pubblicazione: 1984

Al suo ingresso in studio, un largo sorriso gli si stampa in viso, spezzando con inattesa spontaneità quell'icona malinconica che da sempre gli si conosce! Minuto di statura, soltanto un filo di trucco ad accentuare un naturale pallore, eleganza sobria giocata su sfumature di grigio che s'adattano perfettamente alla zazzera bionda, Sylvian pare subito l'antitesi della «nausea» sartriana che pervade la sua musica. Amabile e ciarliero, conversa senza mai alterare il tono della vo­ce, visibilmente ben disposto verso chi, al contrario, conosceva bene la sua avversione per stampa e media in genere.

«È vero», ammette, «non mi concedo molto alla stampa, ma ogni tanto mi piace tentare di nuovo, verificare se è sempre possibile conoscere gente nuova, diversa, creativa, con cui stabilire un contatto dinamico e positivo che corra oltre le normali circostanze professionali in cui ci s'incontra...La verità è che mi sento parecchio a disagio in pubblico: questo non solo è do­vuto alla mia innata timidezza, ma anche al fatto che sono divenuto più sensibile e nervoso riguardo a cose di cui un tempo ero assai più sicuro. Non sto demolendo le mie vecchie certezze, ma piuttosto cer­co d'essere più sincero con me stesso, di non vendermi in alcun modo che io non ritenga corretto e dignitoso»

All'improvviso, davanti all'obiettivo della macchina fotografica, il volto di Sylvian ha un guizzo: l'espressione serena e compas­sata di un attimo prima cede il posto alla ben nota maschera impenetrabile, al so­pracciglio sollevato con aristocratico ennui. Eccolo nuovamente tramutarsi in una sorta di Dorian Gray turbato da misteriosi quanto inaccessibili tormenti dello spirito.

La metamorfosi però non è solo estetica: «È qualcosa di connaturato in me», spiega il musi­cista senza un sussulto. «Trovo giusto sfruttare alla stessa stregua pregi e difetti della propria personalità. Oggi arrivo finalmente ad usare le mie depressioni e la mia solitudine in maniera creativa, ma un tempo non era affatto cosi: se qualcosa non possedeva neppure un'oncia di signi­ficato per me, veniva scartata per timore che intralciasse il mio processo creativo, che addirittura lo bloccasse definitivamen­te. Lo temetti soprattutto dopo «Tin Drum» ma, dopo lo scioglimento dei Japan, trovai che tutte queste frustrazioni riguardanti la mia presunta non-creatività si stavano ri­versando in mille altre direzioni, garanten­domi cosi una quantità di sfoghi per me senza precedenti».

Alla luce di «Brilliant Trees», straordinario esordio solistico post-Japan, ti senti final­mente distaccato dai risultati ottenuti con loro?

«No davvero», replica senza esitazio­ni Sylvian. «poiché si tratta di un unico processo di crescita e di apprendimento. Non si può affermare che "Brilliant Trees" sia totalmente diverso da quanto ho fatto sino ad oggi, al contrario. È un album assai più maturo, che mi appaga molto più di qua­lunque cosa io abbia mai realizzato con i Japan, ma che rimane indissolubilmente legato alla mia esperienza con loro. Di nuovo c'è che sento d'aver creato qualco­sa di molto più personale che in passato, sia dal punto di vista musicale che dei te­sti. Via maschere e introspezioni, ho volu­to scrivere di ciò che stavo vivendo al mo­mento, mentre lo stavo ancora vivendo, senza ancora aver trovato una soluzione né possedere una chiara visione della situazione. Perciò il disco ha l'aria di una gran confusione, perchè è tremendamente personale. Con i Japan ero assolutamente determinato a non compiere alcun errore in pubblico, mi trinceravo dietro chissà quale perfezione. Ora mi permetto il lusso di godermi la vita e certe cose che un tempo avrei deliberatamente ignorato perché ritenute prive di alcun valore ed interesse. Tutto doveva avere un preciso significato e aveva parecchio a vedere col gruppo».

Dunque l'intera tua vita era il gruppo?

«Esattamente», sospira Sylvian, lo sguardo perso nel vuoto. «Era mio compito soprat­tutto scrivere materiale per i Japan e dun­que il gruppo diventò il mio unico sfogo creativo. La cosa si fece troppo intensa e mi trovai a prendermi troppo sul serio, sempre meno obiettivo nei confronti del mio operato. Divenne, insomma, una situa­zione di estrema claustrofobia. Oggi trovo che, muovendomi in più d'una direzione artistica, la musica ne esca arricchita, mo­tivata».

Il nuovo album, il tuo rinnovato interesse per le arti visuali, la tua mostra di Polaroids alla Hamilton's Gallery di Londra (da cui è stato tratto un volume, «Perspectives»), il video particolarissimo realizzato dal foto­grafo Anton Corbijn per «Red Guitar», son tutti segni di un ritrovato vigore creativo. Tuttavia sei rimasto inattivo per parecchio tempo dopo la debacle dei Japan. Come sono andate le cose?

«Dopo "Tin Drum" ho deliberatamente cessato di scrivere musica. Diversi cambiamenti personali mi par­vero materia inadatta da tradurre in una canzone. Recuperai la mia passione per il disegno e da li il passo alla Polaroid fu breve. Vedi, disegnare ti rende visualmen­te più consapevole della realtà che ti circonda e durante l'ultimo tour dei Japan, sul finire dell'82, passavo come sempre le mie lunghe pause in albergo a disegnare. Spesso, non avendo il tempo di fermarmi a disegnare quanto vedevo, mi ritrovai a scattare Polaroids come riferimento su cui tornare più tardi. Con pile enormi di foto­grafie a disposizione, pensai di tagliarle in sezioni e assemblarle in grandi collages. In breve ritrovai un'innocenza che avevo perduto e che gradualmente mi riportò a crear musica. Fu la novità della scoperta, l'entusiasmo per qualcosa di assolutamente fresco e inedito, a risollevarmi dalla frustrazione per la mia lunga inattività. Tutto cambiò quando mi fu chiesto di scrivere il testo di "Forbidden Colours" per la colonna sonora di "Merry Christmas, Mr. Lawrence". Mi sentii finalmente pronto ad incidere un disco tutto mio. Con quel testo sentii d'aver ottenuto quel che cercavo: uno statement, un modulo espressivo di­retto, onesto, privo di orpelli, di fumismi e di presunzione. Mi ci volle però del tempo per mettere a fuoco in quale direzione mu­sicale ripartire e con quali compagni, mal­grado già sapessi di voler lavorare con Holger Czukay e Jon Hassell, due musici­sti che ammiravo da parecchio tempo. Detestavo l'idea di ricorrere a dei session-men e fu un grande sollievo quando ap­presi che tutti i prescelti avevano accetta­to la mia proposta. Ci ritrovammo tutti a Berlino con parecchi problemi tecnici da risolvere. Portammo a termine le registrazioni e mi decisi ad allestire la mostra di Polaroids».

Domanda ovvia: perché Berlino? Dopo tanti e tali esempi in periodi diversi (da Bowie a Lou Reed), cos'ha ancora da offrire quella città al di la di un facile mito?

«In verità non mi interessava affatto as­sorbire l'atmosfera di Berlino, e poi d'at­mosfera non c'era nulla al nostro arrivo laggiù. Intendiamoci, io amo Berlino e l'ho visitata varie volte, ma quel tipo di tensio­ne di cui tutti parlano pare ormai svanita. Il muro appare sempre meno un fatto poli­tico e sempre più una curiosità per turisti, con tanto di chioschetti e cartoline che ne glorificano l'orrore. In verità la sala d'inci­sione che utilizzo abitualmente a Londra era occupata per il periodo che avevo prescelto, e tutto sommato pensai che sa­rebbe stato piacevole per una volta ritro­varsi tutti in un paese straniero, senza l'obbligo per me di fare da padrone di ca­sa a tutti».

Vuoi precisare meglio il ruolo di catalizza­tore che ha rivestito la fotografia, in partico­lare l'uso della Polaroid a sviluppo istanta­neo, nella tua nuova metodologia di lavoro?

«Mi ha particolarmente influenzato la fase iniziale di scoperta di questo nuovo me­dium, sai, quando ti trovi a giocare con qualunque idea prima che il tutto si tradu­ca in una vera e propria ossessione. Ov­viamente, ad un certo punto deve diventa­re qualcosa di ossessivo per acquistare un certo valore. Ripensai quindi alle mie prime prove di scrittore e musicista, cosi ingenue, incontaminate, libere da ogni consapevolezza critica. All'epoca non ero così terrorizzato dei miei errori, li vedevo come parte integrante del mio processo di maturazione poi, coi Japan, tutto divenne superpreciso e non vi fu più spazio per qualunque errore. Non credo d'aver appli­cato alla musica alcun criterio di composi­zione fotografica, probabilmente l'oppo­sto, ma son sicuro che esiste un nesso tra le Polaroids e la mia nuova musica».

Ti sei mai ritrovato a parafrasare Man Ray, «Fotografo ciò non so tradurre in musi­ca/Traduco in musica ciò che non riesco a fotografare»?

Sylvian si fa pensoso per un attimo (non ha mai cambiato posizione da quando abbiamo iniziato a conversare) e poi riprende sicuro: «È bene, per certi ver­si, avere la possibilità di esprimere in un altro medium ciò che è impossibile espri­mere in musica. Ma la mia musica è già ispirata da tutto quanto è visuale, sia esso pittura, video, immagini di viaggi. Mi rie­sce difficile pensare di poter esprimere sensazioni visive attraverso un medium anch'esso visivo. Preferisco veicolare tut­to ciò attraverso testi e musica».

L'amicizia con Ryuichi Sakamoto si è rivelata davvero speciale per la tua evoluzio­ne musicale e personale. Come è nata e qua l'è, se esiste, il segreto della vostra per­fetta alchimia?

«Ci siamo conosciuti in Giappone», ricorda Sylvian con l'irresistibile sorriso a fior di labbra. «Aveva chiesto di intervistarmi e tutto avvenne in maniera molto formale malgrado la reciproca sti­ma. Qualche mese più tardi ci rivedemmo a Londra per una nuova intervista, e sta­volta le cose tra noi funzionarono a mera­viglia: passammo la notte a discutere di una possibile collaborazione. In quel pe­riodo stavamo entrambi lavorando nello stesso studio e realizzare qualcosa insie­me ci parve naturale. Gli detti un titolo chiedendogli di scrivere della musica per la quale avrei in seguito elaborato un testo. Cosi nacque "Taking Islands In Africa" sull'album "Gentlemen Take Polaroids". "Bamboo Music" fu molto strano. Ryu si trovava a Londra, ma le rispettive tabelle di marcia non ci consentivano più di sei giorni da trascorrere insieme in studio. Ci fissammo quel termine per portare a com­pimento qualcosa di significativo. Lui ri­partì con la moglie per il Giappone la­sciandomi una base alla quale aggiunsi in seguito la voce. Insomma, ancora non era­vamo riusciti a collaborare e soprattutto insieme. Lo stesso avvenne con "Forbidden Colours", la cui musica era già stata completata quando Ryu mi chiese di scri­vere un testo per essa. In tal senso credo che abbiamo ancora parecchio da offrirci l'un l'altro dal punto di vista creativo. Quanto al nostro rapporto, lo trovo parti­colarmente interessante a causa del pro­blema-lingua. Sakamoto non parla l'ingle­se e, malgrado avessimo un interprete in studio, tendevamo sempre ad ignorarlo. Perciò tutto è scaturito da un feeling reci­proco, da poche intense occhiate, dall'e­spressione del viso. È molto più affasci­nante lavorare così che discutere, proget­tare, intellettualizzare all'infinito. Devo di­re che ha funzionato a meraviglia, soprat­tutto in "Brilliant Trees"».

Con chi altro hai un rapporto così inten­so?

«Con Holger (Czukay) e, devo dire, con tutti i musicisti presenti sul disco, an­che con quelli con cui non avevo mai lavo­rato prima. Con Holger, desideravo che of­frisse idee a raffica ed è esattamente ciò che fece. In breve, sostituì il gruppo. Quando sei in studio con un gruppo, esi­ste uno scambio costante di idee in tal modo che le registrazioni proseguono se­guendo un ritmo ben preciso. Se lavori da solo, è più facile essere oggetto di alti e bassi che influiscono sulla resa finale. Con Holger c'è stato un flusso continuo di corrente: da grande ottimista qua l'è, ha sfruttato ogni minima possibilità e questo lascia presagire che realizzeremo presto un singolo insieme, ma alla sua maniera, nel suo studio di Colonia».

 

Hai dichiarato altrove che, poiché i primi due dischi dei Japan furono «errori strategi­ci», tutto si ridusse a venir manipolato in no­me d'una perfezione sofisticata quanto ste­rile. Quanto di quel perfezionismo è rimasto in «Brilliant Trees»?

«Di carattere io sono un ossessivo, almeno cosi mi definisce il mio medico!», ride Sylvian. «Il che può es­sere dannoso per la salute nonché per la creatività. Sicuro, sono un perfezionista e mi risulta difficile non andare sino in fondo e lasciare che le cose prendano qualun­que direzione faccia loro piacere di pren­dere. Ci sono brani dei Japan come "The Other Side Of Life" e "Despair" dall'album "Quiet Life", e "Talking Drum" da "Tin Drum", che posseggono ancora qualcosa di speciale, ma credo d'aver messo a dura prova la pazienza degli altri membri del gruppo con le mie manie di perfezione. Al­l'epoca del "Polaroid" album ebbi la pre­sunzione di voler tutto assolutamente in­tonato, cosa impensabile per la natura stessa dei brani in questione, e questo se­gnò l'inizio di una spaccatura tra me e gli altri. Non che io fossi un dittatore, anzi. Sebbene il gruppo poggiasse interamente sulle mie idee, si arrivava spesso a dei compromessi, ma in quell'occasione la frattura che si creò si rivelò insanabile. Da quegli errori ho imparato parecchio».

«Brilliant Trees» pare inserirsi a suo mo­do in un nuovo filone di ricerca musicale, laddove musicisti come Eno e Talking Heads ambiscono alla creazione di una «im-possible music», ricca di riferimenti etnici (spesso sfacciati, altrove sottilmente ca­muffati) eppure ipermoderna. È stato intenzionale da parte tua e dei musicisti da te in­terpellati?

«No di certo. Desideravo me­scolare stili e performances tra loro diver­si (pensa solo a Jon Hassell che è ameri­cano, a Ryu che è giapponese, a Holger che è tedesco, a me che sono inglese). È una fortunata coincidenza che si venga tutti da ogni angolo della terra. In tal sen­so ritengo che il maggior pregio del disco sia quello di riuscire a creare qualcosa che non possa venir riferito a nessun luo­go in particolare, ma che prende corpo soltanto nella mente dell'ascoltatore. È pur vero che Holger e Jon da tempo s'ap­passionano di filosofie orientali, mentre Ryu ovviamente è risucchiato dalla cultura occidentale. Son sicuro che esiste un pun­to d'incontro nel mezzo, ed è li che molti di noi stanno operando».


Come nasce la tua passione per l'Orien­te? Si tratta d'un fascino puramente esteti­co o di un interesse più profondo per l'inte­ra cultura giapponese?

«Quando mi recai per la prima volta in Giappone, vi trascorsi solo due settimane ma fu più che sufficiente per ricavarne una certa impressione. È così alien, così fuori dal mondo. Molti, dopo il loro primo impatto col Giappone, concordano nell'essere delusi da quanto hanno visto, ed è vero. Cerchi tutto ciò che hai ammirato nei libri, e invece quan­do arrivi a Tokyo trovi solo un gran casino. Si, mi stava a cuore la cultura giapponese: vi sono tornato molte volte e sempre di più ho sentito una stretta affinità con quel­la gente. Li mi sento più a mio agio, adoro la loro musica folk e sono particolarmente consapevole degli aspetti religiosi della loro vita. È un fascino che dura da parec­chio e non accenna a diminuire: è divenu­to parte di me mentre in passato era solo parte di un'ossessione che finiva per com­parire nella musica in maniera piuttosto superficiale. L'ho notato molto in "Brilliant Trees" e mi fa piacere. Mi interessa sem­pre recarmi in Giappone, ma a Tokyo pre­ferisco Kyoto. Mi appassiona ancora la re­ligione, ma non ne faccio oggetto di stu­dio. Ho parlato a lungo con persone os­servanti, tanto da sentire una certa affinità con alcune delle loro idee, ma non credo che abbraccerò mai questa o quella fede. Mi interessano molto i principi religiosi degli altri, e quelli orientali più di tutti. Credo che 'Forbidden Colours" sia stato, a questo proposito, una vera e propria svolta. Fu la prima volta in cui riuscii a scrivere un testo su qualcosa che, nel pro­fondo del mio animo, non trovava risposta. Si trattava di una domanda riguardante la religione: la gente ha bisogno di qualcosa cui aggrapparsi per trovare la forza che le manca per affrontare la vita, oppure si tratta di qualcosa che riveste davvero un valore profondo che io non riesco ad affer­rare? All'epoca stavo diventando sempre più ossessionato riguardo alla religione cristiana e "Forbidden Colours" mi con­sentì per la prima volta di puntare il dito su un problema in corso e senza fine».


Con «Brilliant Trees» ti poni il problema di ricercare un (labile?) equilibrio tra le tue aspirazioni creative e gli aspetti commerciali dell'ambito pop in cui inevitabilmente ti muovi?

«Non prendo affatto in considera­zione gli aspetti commerciali di cui parli. Ritengo sbagliato piegarsi a qualunqe compromesso. Non credere che sia giusto prendere in considerazione questi aspetti commerciali se quel che cerchi di raggiun­gere è un obiettivo artistico. Va bene se miri al centro, o se sei un entertainer, per­ché è ovviamente il pubblico il tuo fine ul­timo, lo non ci riesco. Ne sono sempre stato consapevole però, con tutta quella gente che ci spingeva di qui e di la... po­tresti lottare ma finisci poi per convincerti che non è così sbagliato come sembra e sei fottuto. Certo, lavoro nell'ambito pop, ma definirmi un artista pop significa but­tarmi in una bolgia di gente che non ha al­cun talento».

Pop come arte, manifesto di dignità crea­tiva, di indipendenza artistica, o vuoto a per­dere mentale?

Ascoltami bene, se mai riuscirò a realizzare un solo disco in tutta la mia vita, che possa essere definito im­portante e valido e... artistico... bè, io chia­mo "arte" tutto quel che faccio. Deriva dal mio approccio nei confronti di tutto ciò che faccio. Ma, dov'eravamo? Ah si. Se mai riuscirò a realizzare un disco di cui io sia totalmente soddisfatto e che possa venir etichettato come "vera arte", sarà valsa la pena di lavorare tanto. Mi sembra di procedere nella giusta direzione, ma forse, quando arriverò al traguardo, neanche me ne accorgerò. Comunque non m'aspetto d'arrivarci tanto presto.

Hai mai avuto degli idoli, dei modelli, un piano segreto?
Troppo fesso per avere un piano segreto! Magari lo avessi avuto!, ride finalmente Sylvian, riuscendo lo stesso a non scomporsi. Ancor oggi pianifico ogni cosa sulla lunghezza di un anno e, alla prima cosa interessante che capita per la via, tutto salta per aria e si ricomincia da zero. No, non ho mai avuto miti né modelli. Ho sempre desiderato che tutto fosse vero, reale. Ho sempre voluto che tutti i miei sogni diventassero realtà. Sai, provengo da una famiglia working-class e sono fuggito da scuola appena ho potuto. La mia scuola era terrible: più che una scuola, pareva un riformatorio. Sono sempre stato un ragazzino tranquillo, molto introverso, eternamente perso nel suo mondo di disegni. Ben presto mi misi a scrivere (avevo dodici o tredici anni) e smisi di disegnare del tutto. È strano che abbia ripreso a disegnare quando ho cessato di scrivere canzoni.

Quanto sei consapevole della tua immagine? Il tuo comportamento davanti all'obiettivo mi pare eloquente.

Sono consapevole di come essa viene presa, ma oggi come oggi non faccio più nulla per promuovere una qualunque immagine. Molte delle foto più recenti tendono ad essere molto naturali. Mi ha creato seri problemi realizzare la copertina di "Brilliant Trees", data l'onestà di una musica senza precedenti per me. Vedi, prima dell'album, dovevo realizzare la copertina del singolo "Red Guitar". Solo dopo ho capito d'aver commesso il solito errore di affidarmi ad un'immagine stilizzata, molto sofisticata e trendy ("alla moda"), che non aveva nulla a che vedere con la musica che doveva rappresentare. La scelta finale della copertina di "Brilliant Trees", con quella foto in bianco e nero della mia ragazza, Yuka Fujii, mi pare molto più naturale; non ha la presunzione di illustrare e propagandare il contenuto del disco, senz'altro non può disorientare il pubblico e condizionarlo ad acquistare l'album, no? Nel caso dei Japan, io credo davvero che, grazie a certe copertine (alcune piuttosto umoristiche), sia stato sempre il pubblico sbagliato a comprare i nostri dischi. La nostra immagine era troppo glamorous, ma in qualche modo ha sortito anche degli effetti positivi. Voglio dire, se non fosse stato per il pubblico più giovane che si è precipitato a comprare "Ghosts" appena pubblicato, molti di coloro che l'acquistarono successivamente e lo catapultarono in classifica non l'avrebbero neppure ascoltato. In questo senso, ha avuto un significato. Il fatto che la musica di oggi sia soprattutto confezione può significare qualcosa, cioè che puoi vedere il divario tra coloro che la prendono sul serio e chi invece si contenta d'essere un valido entertainer.

Con chi altro vorresti collaborare ora?
Mi piacerebbe ancora lavorare con Brian Eno, ma non riesco a vedere in che area realizzare.

Il fascino del «dilettante ispirato», forse?
Oh certo!, ride di nuovo il bel David.

Cosa ti affascina di più, l'abbagliante teoria che sta a monte della creazione o il risultato finale per quanto slegato esso possa essere dalla filosofia che vorrebbe averlo partorito?
Sempre il risultato finale. Intellettualizzare la musica può portarti troppo lontano. Non so quanto Eno pensi la propria musica prima di mettersi all'opera. Certo, è molto facile parlarne a posteriori e fornire chissà quale grande interpretazione, lo amo idee e teorie. Holger prende sempre le mosse da qualche teoria ed è molto interessante come sa distillare musica da qualche concetto improvvisato. Quel che ho da rimproverare a molti teorici della musica è che non riescono a muoversi abbastanza rapidamente lungo le linee della loro ispirazione. Tendono troppo a rifinire l'idea originale, e non lo trovo sempre giusto. Spesso si tratta di banali speculazioni che nulla hanno a che vedere con la musica. Personalmente, preferisco lavorare totalmente seguendo il mio istinto e il mio felling. Solo così credo d'aver realizzato le mie cose migliori.