

Se camminasse per strada non lo riconoscerebbero. Dimesso, con quella giacca e quei pantaloni marroncini, capelli lisci, lunghi, scuri, con una punta di rossiccio che sbuca fuori dalla basetta. Occhiali rotondi, una voce soffocata appena appena in punta di lingua. David Batt Sylvian è figlio di un esistenzialismo disarmante, pensa troppo bene prima dì rispondere ma alla fine parla. E' troppo. Si confessa o ti fa credere di essersi messo a nudo. O forse quell'apparente e pervicace tranquillità era solo il lato più visibile della sua stanchezza. Un uomo spossato dalla routine della stampa innescatasi subilo dopo la pubblicazione di Rain Tree Crow, il progetto Japan che da nessuna parte porta scritto il nome del suo vecchio gruppo. "Rain Tree Crow" è un disco a tratti scollato, volutamente giocato sull'improvvisazione e per questo privo di una costante organicità. E più che altro una sublimazione degli ego dei quattro Japan anche se l'intento del supergruppo (attualmente, infatti, questa è solo un'unione di quattro solisti) è stato quello, di improvvisare per non cedere a legittime tentazioni individualistiche. E comunque i rimandi al passato esistono e rendono per questo il progetto particolarmente rilevante per la carriera artistica dei ragazzi. E più un disco per loro che per noi. Da "Tin Drum" a Dali's Car. Dai Dolphin Brothers Sylvian da solo tutto galleggia nei solchi. Forse non gliene frega niente di questo nuovo ensemble, deve fare promozione per recuperare un po' di royalties e rimettersi subito a pensare al nuovo disco da solo che vedrà la luce subito dopo l'estate. Non c'è bisogno di introduzioni, Sylvian sa raccontarsi da solo. Partiamo.
Troppe interviste, vero?
Ne ho fatte troppe. Ma non mi preoccupa, del resto sono qui per parlare di questo "Rain Tree Crow". Certo che sentirsi ripetere dieci volte al giorno, perché questa band e perché il cambiamento di nome... Tu capisci.
So che ad un certo punto la Virgin vi ha tagliato il budget e vi ha attaccato...
E' vero. Una delle mie condizioni all'inizio del progetto è che non si sarebbe usato il nome Japan, avevo moltissime ragioni per farlo. Era una clausola scritta sul contratto. Poi abbiamo iniziato a registrare l'album alla fine dell'89. e l'abbiamo finito ad aprile '90. Il problema è che finite le registrazioni non avevamo più un soldo e qui sono iniziati i problemi con la Virgin. E' stato una specie di ricatto, perché dovevamo finire il missaggio e la casa discografica ci ha informati che per avere ulteriori finanziamenti avremmo dovuto scrivere da qualche parte il nome Japan o addirittura chiamare Japan il gruppo. A quel punto sono nati anche dei problemi tra me Mick Karn, Richard Barbieri e Steve Jansen. perché a loro non importava, avrebbero tranquillamente usato il nome Japan ma io continuavo ad oppormi, le mie motivazioni personali sono insormontabili e quindi mi ci è voluto da aprile a dicembre per trovare i soldi da qualche altra parte e mixare l'album...
E chi è stato il finanziatore?
Ho trovato i soldi chiedendo un anticipo di royalties al mio editore...
Ma a chi appartiene il nome Japan?
E' di tutti e quattro.
E' vero che anche prima di mixare il disco vi eravate sciolti di nuovo?
No, perché la registrazione è avvenuta in perfetta armonia, nessuna vera discussione, contraddizioni, compromessi. I problemi sono arrivati quando mancava solo il mixaggio. Per cui ho dovuto mixare io e Steve Nye il disco. Ma era finito e lo spirito della musica è molto positivo perché al tempo i rapporti all'interno del gruppo erano buoni... Al tempo...
E gli altri che fine hanno fatto?
Non lo so. Erano già scomparsi quando avevamo finito le registrazioni...
Ti piace l'album?
Sì, più o meno... Ovviamente ci sono pezzi che preferisco rispetto ad altri, ma è un atteggiamento che ho nei confronti di tutto quello che faccio... Globalmente penso sia un buon disco...
E' piaciuto anche agli altri tre?
Sì. E' andato tutto bene fino a quel punto. Ci sono stati problemi durante la registrazione ma non avevano a che fare con i rispettivi ego o diversi interessi, non ci siamo trovati d'accordo su come strutturare certi pezzi (Sylvian non parla mai di songs o tracks ma solo di pieces e questo è emblematico), le discussioni riguardavano la direzione che avremmo dovuto prendere, ma è una cosa naturale...
Esiste comunque una struttura di fondo che secondo te sottende l'intero lavoro?
Sicuramente il metodo compositivo, tutti i pezzi nascono da vere e proprie improvvisazioni, questo è il modo in cui tutto il disco è stato prodotto, siamo entrati in studio senza alcun tipo di materiale, nessuna direzione musicale e niente prove in studio... Abbiamo cominciato a suonare e a registrare quello che suonavamo. I pezzi finivano direttamente su nastro e così venivano sviluppati. In altri casi c'era una minima struttura di base e un modo di composizione più tradizionale, ad esempio abbiamo registralo prima la batteria poi altri strumenti ecc. Personalmente quando lavoro con un pezzo di musica ho sempre un'immagine visiva nella testa: anche con questo disco, dopo le prime settimane, mi è cominciata a venire in mente l'immagine di un paesaggio desertico ma aveva più a che fare con l'immaginazione che con un luogo veramente esistente, di conseguenza appena prendeva forma un pezzo lo rapportavo a questa immagine, in questo modo c'era una specie di continuità, poi è cominciata a farsi più chiara quest'immagine del corvo, diventava sempre più importante. Devo dire che uscivo da un periodo particolarmente negativo dal punto di vista emozionale, un periodo che mi ha indotto a registrare con i miei vecchi colleghi, avevo bisogno di collaborazione; in questo modo non avrei dovuto confrontarmi con questa negatività perché non riuscivo a metterla in prospettiva con il mio lavoro, non riuscivo a oggettivarla, a quel punto se mi fossi trovato in una situazione in cui avrei dovuto per forza reagire allora qualcosa nella mia performance o nei miei testi avrebbe chiaramente riflesso l'esperienza che sto attraversando e una volta ben chiara mi ci sarei potuto confrontare, l'avrei esplorata, ulteriormente, mi avrebbe aiutato a capire me stesso. E' una specie di terapia. L'immagine del corvo cominciava a diventare importante e aveva molto a che fare con questo periodo così negativo della mia vita. Ma non è un discorso che potevo approfondire su quest'album perché i testi non dovevano essere troppo personali, Rain Tree Crow è un progetto collettivo, quindi non è giusto deviare l'attenzione dalla musica e spostarla sul testo. Ma sto ancora lavorando con quel'immagine. quel simbolo, quell'uccello... L'argomento verrà trattato accuratamente sul mio nuovo album da solo...
In che misura la letteratura diventa importante in questi casi?
Penso che la cosa più importante sia l'esperienza personale, tutto quello che leggi in un libro non ti racconta nulla della vita, nemmeno ti rendi conto quanto possano essere fonte di ispirazione per chi fa questo mestiere le esperienze personali, lo capisci magari leggendo un libro... ecco quando la letteratura viene in aiuto. Per quanto mi riguarda ci sono periodi in cui leggo molto e altri meno... Sono stato aiutato da Joyce, da Beckett, da Kundera...
Cos'è che ti spaventa di più come uomo?
Arrivare ad un punto in cui non mi è più possibile confrontarmi con determinati problemi... L'impossibilità di saper imparare, di poter crescere...
In questo modo Rain Tree Crow diventa un esorcismo...
Sicuramente. Confrontarmi con gli altri per forza mi costringeva a prendere posizione altrimenti sarei rimasto seduto e avrei atteso che le cose sarebbero successe per conto proprio. Il periodo negativo era opprimente. Ho provato molte cose, sono stato in analisi per un certo periodo ed è stata un'esperienza affascinante, tutto quello che ho fatto in questo periodo è stato positivo. Adesso so molto più di me stesso, mi sento più forte. Ora la mia è diventata una conoscenza analitica. Penso che fino a qualche tempo fa quasi istintivamente mi riuscivo a concentrare solo sui miei lati più spirituali e in qualche modo scappavo dai condizionamenti che avevo provato fino a quel momento nella mia vita...
E' possibile dunque ipotizzare che i tuoi lavori solistici, dai più accessibili come Brilliant Trees ('84) o Secrets Of The Beehive (87) ai più umorali e d'ambiente quali Plight & Premonition e Flux & Mutability siano stati semplicemente un tentativo di analisi, di scavo interiore, di recupero di sé?
Sì. sicuramente. Quando i Japan si sciolsero nell'84 mi trovai in un periodo simile a quello in cui mi sono trovato di recente. Ero molto insoddisfatto con quel tipo di vita e con i dischi che facevamo, sentivo che il centro emozionale del lavoro diveniva sempre più debole, e io, invece, avevo bisogno di entrare più in contatto con me stesso, in questo modo avrei potuto dare di più e non mi sarei dovuto muovere in un ambito che aveva solo a che fare con lo spettacolo, con l'entertainment. Il periodo '81-'83 è stato molto formativo e molto importante, stava cambiando il rapporto con il mondo che mi circondava e di conseguenza cambiava radicalmente il mio atteggiamento verso il lavoro. Ero arrivato al punto in cui finalmente riuscivo a tracciare una nettissima linea di demarcazione tra il lavoro fatto con i Japan e tutto quello fatto fino ad oggi... Perché le mie motivazioni sono completamente diverse.
E' triste però, questa strisciante paura dei Japan?
Ti premetto che mi assumo tutte le responsabilità per tutto quello che è successo all'interno di quella band. Penso che le influenze esterne siano state deleterie. Avrei dovuto controllare di più le cose ma non l'ho fatto. Non ho mai trovato il tempo e lo spazio necessari per capire chi ero. Era cominciato a 16 anni, tutto troppo in fretta... Nessuna pausa tra il momento in cui avevo formato il gruppo e il momento in cui era tutto finito. Continuavo a fare errori e a cercare di porvi rimedio, mi ero completamente perso e mi ci è voluto moltissimo per riscoprirmi attraverso il lavoro...
Errori di che tipo?
Ne ho fatti tanti e ho anche imparato moltissimo. Agli inizi, ad esempio, con i primi due album "Adolescent Sex" e "Obscure Altematives"; tutto andava nella direzione sbagliata. Avevamo un management durissimo e l'Ariola ci aveva messo sotto contratto senza che le piacessero minimamente i nostri dischi. Ci hanno fatto entrare in studio per un anno e ci hanno costretti ad incidere decine di demos e ognuno di questi era diverso dall'altro e dava un'immagine diversa del gruppo. Dovevamo lottare per tenerci a galla. E' stato un perìodo difficilissimo. D'altra parte c'erano stati anche lati positivi come la registrazione di un disco... ma se non avessi fatto quegli errori sicuramente non sarei cresciuto... ne sono sempre più convinto. Anche l'immagine era probabilmente una proiezione diversa da quella che era la sostanza, e mi rifersco ai trucchi, agli atteggiamenti, a quella costante androginia. Sai, era come crearsi una maschera, aveva molti risvolti psicologici. Io non avevo avuto un'adolescenza felice, non mi piaceva l'ambiente familiare da cui provenivo (figlio di un muratore e di una segretaria); i genitori che volevano per forza costruirmi una carriera. La musica era l'unica porta aperta, mi avrebbe trasportato in un altro ambiente. Però anche in questo caso avevo capito che quella musica era solo un anestetico, una distorsione ma almeno attraverso i Japan sono poi passato a quello che sono ora, mi sono accettato, perché da piccolo mi sono sempre negato.
I tuoi genitori sono ancora vivi?
Sì, e il rapporto tra noi è cambiato. A casa nostra non c'è mai stato nessun tipo di cultura, niente musica. Sono poveri e non si sono mai arricchiti. Mio padre era molto frustrato e questo lo rendeva particolarmente nervoso e aggressivo. Ora è cambiato, è diventato una persona normale. Quando ascoltano un mio disco, ed è l'unica cosa che ascoltano, ne sono orgogliosi...
Mi sembra tutto così serio, così intellettualmente elevato. Ma dove è la grande ironia?
Beh, penso che The Rain Tree Crw sia un discorso molto ironico, abbiamo rìso molto in studio, soprattutto i prezzi più brevi come "Boat's For Burning" sono pura ironia. Ma anche in passato un pezzo come "Red Guitar" (su "Brilliant Trees") era particolarmente ironico. Non so però quanto riesca a capirlo la gente e mi riferisco anche ai video. Pochi riescono a fondere humour e musica ci è riuscito il mio amico e collaboratore Holger Czukay con "Movies" ('80). E' uno dei miei dischi favoriti di tutti i tempi.
Anche Jon Hassell con cui hai lavorato ci riesce spesso...
Giusto. Nel suo ultimo album "City" ironia e melanconia vanno di pari passo. Le sue tecniche artistiche sono fantastiche. E' uno dei pochi che sa sempre quello che fa. Ma penso lo stesso di John Zorn, Bill Frisell e Glen Branca... Ma Holger è insuperabile.
Sei sempre tu che contatti i tuoi artisti?
Sempre, quando scrivo o compongo un pezzo c'è un suono che mi viene in mente e subito lo collego a un artista, l'ho fatto con Holger, John e Robert Fripp, poi comincio ad arrangiare il pezzo contando sul coinvolgimento di quell'artista...
Componi in compagnia o in isolamento?
Generalmente da solo...
E quando scrivi preferisci far parte del testo componendo in prima persona o ti estranei utilizzando la terza?
Cerco di scrivere in prima persona ma di recente ho cambiato le tecniche compositive. Ci ho lavorato sopra già con "Secrets Of The Beehive" che è il mio album favorito. Anche "Brilliant Trees" era buono per quel periodo. Ma "Secrets..." è stato una summa di tutto quello che avevo fatto fino a quel momento. Poi ho attraversato quel periodo negativo e ho capito che lo stile doveva cambiare. Nel prossimo album ci sarà un costante storytelling. L'avevo già fatto su "Secrets..." con "The Boy With The Gun ". Sarà un approccio molto ironico.
E invece sei soddisfatto della voce?
Ho imparato ad apprezzarla, ma ci è voluto molto per capire quale sarebbe stata la voce che mi avrebbe più rappresentato. Ho cercato di fare un tipo di musica che non fosse melodrammatica e anche la voce non doveva esserlo ed è difficile perché spesso le parole hanno una qualità melodrammatica. Il mio tentativo è stato quello di trovare uno stile vocale che avesse una sua tensione inerente ma allo stesso tempo che fosse rilassante. E' come se parlassi...
Ti hanno sempre accusato di aver rubato a David Bowie o a Bryan Ferry...
Non è una critica, il mondo del pop è molto eclettico, tutti prendono da tutti, l'importante è aggiungere qualcosa, non mescolare semplicemente degli stili. Non so se in passato sono riuscito a personalizzare la mia voce. Ma mi stavo sforzando.
Fai molta pratica?
No, mai. Canto mentre compongo.
Che fai durante il giorno?
Non ho un lifestyle regolare. La mia giornata può iniziare in qualsiasi momento. Mi interesso di arte, può sembrare un argomento serioso, ma per me è un amore... Vivo a Londra, da solo. Fino a qualche tempo fa vivevo con Yuka, la mia ragazza, ma è un po' che ci siamo separati. Ma ci sentiamo ancora. Lei è la prima a sentire i miei dischi, a consigliarmi, ha un orecchio musicale eccezionale. E' lei, ad esempio che mi ha avvicinato al jazz...
Sei sempre stato un personaggio controverso, ne sei convinto?
Una cosa che mi frustra molto è che soprattutto in Gran Bretagna ogni giornalista ha un'immagine diversa di quello che sono veramente e ogni volta prima di entrare nel vivo di un'intervista devo smontare le posizioni degli intervistatori e far capire chi sono. E' una perdita di tempo...
E io, ad esempio, che immagine avrei di te?
Sicuramente non limpida, non riesco a stabilire cos'è che sai veramente di me come uomo e quello che vedi in questo momento. Ma almeno non ho dovuto smontare le tue posizioni. Ma non importa quello che dice la stampa. Dicevano che ero gay e poi bisessuale ecc. Non leggo mai la stampa musicale, so le cose quando qualcuno mi dice, "E' vero che...?".
Sei più stato in Giappone?
L'anno scorso abbiamo fatto una galleria a Tokyo con il mio amico artista Russ Mills. Un'installazione multimediale con musica, luci e immagini. Ha avuto molto successo. Ma resisterei solo tre settimane in quella città. E' tutto troppo veloce. Ma poi, fuori, in posti come Tokyo ti riconcili con l'ambiente, con la natura e riprendi a vivere.
commenti
Re: [1991 - Ciao 2001] L'esorcista di Francesco Adinolfi
Già, a Tokyo c'è davvero molto verde...
Povero Steve Jansen e povera Kyoto...
Re: [1991 - Ciao 2001] L'esorcista di Francesco Adinolfi
Sono sparite le scansioni!!!!
Temporaneamente, spero. Era molto bello vedere anche l'articolo originale.