[2009 - Bomb 111] Intervista con Keith Rowe

Traduzione a cura di Cristiana.

La collaborazione ed il dialogo è stata una parte importante del viaggio di oltre trent’anni del cantante – autore David Sylvian, viaggio oltre i limiti della musica pop. Dai suoi esordi come pop star post-glam nel gruppo Japan, si è specializzato in intime canzoni esistenziali ed in un quieto ma determinato individualismo. Nello stesso tempo, nelle parole della canzone “Ghost” del 1981, questa solitudine è stata regolarmente interrotta da fantasmi che soffiano “più selvaggi del vento”. Forse quei fantasmi sono i collaboratori. Se così fosse, hanno incluso il pianista e compositore Ryuichi Sakamoto su Brilliant Trees (1984), Secrets of the Beehive (1987), ed il suo sorprendente singolo di protesta post 11 settembre “World Citizen” (2003); il chitarrista Robert Fripp su The First Day (1993); e, più recentemente, il chitarrista/improvvisatori Derek Bailey e Christian Fennesz sul notevole Blemish (2003). La metafora dell’ossessione è stata esasperata su Manafon del 2009, in cui Sylvian ha assemblato personalità di spicco dell’improvvisazione contemporanea a Tokyo, Vienna, e Londra, includendo Fennesz, Otomo Yoshihide, Evan Parker, John Tilbury, ed il chitarrista Keith Rowe, per registrare una serie di improvvisazioni, trasformandole in seguito, nel suo studio, nelle basi di una serie di canzoni oscure, interrotte dalla sua stessa voce e da testi che le rendono astratte, nuclei minimali di suono e vice versa-

Mentre la musica di Sylvian si è progressivamente allontanata dalla strumentazione convenzionale e dalla costruzione convenzionale della canzone pop, come ritmo, melodia e ritornelli, i suoi testi sono diventati ancora più oscuri e più crudi. Le canzoni calde di Dead Bees on a Cake del 1999, accese dalla devozione religiosa, lasciarono il passo alle vignette di Blemish, che descrivono i tranelli e le difficoltà della crescita spirituale, che sono riscattate dalla ballata conclusiva, “A Fire in the Forest.”. Manafon non ha tali momenti di riscatto. Il titolo fa riferimento ad un villaggio nel Galles, dove il poeta R. S. Thomas visse nell’ultima parte della sua vita, e le canzoni presentano meditazioni frammentarie su questa figura caustica, ermetica e sul suo rifiuto della maggior parte degli orpelli della vita moderna – che forse risuonano con la nuova vita di Sylvian nel New England, solitaria ma piena di tecnologie digitali.

Rowe, che ha intervistato Sylvian via email, fu il membro fondatore del pioneristico collettivo di improvvisazione inglese AMM, che ha, in più di 40 anni di esperienza, incluso Cornelius Cardew, Eddie Prevost e quelli che hanno contribuito a Manafon, Tilburye Parker. Rowe ha eseguito una trasformazione alla Cage della chitarra, sottoponendola a sperimentazioni, rendendola parte di un assemblaggio di pedali ed oggetti quotidiani, aprendo, come fa Sylvian, nuovi mondi sonori.

Marcus Boon

 


KEITH ROWE Mi incuriosisce la visione che ti ha portato a Manafon, un’opera totalmente inusuale. Mi è tornata alla mente una conversazione tra Morton Feldman e Phillip Guston in cui Guston afferma che “non finisce un dipinto, bensì lo abbandona” e lo abbandona nel momento preciso “in cui potrebbe diventare un dipinto”. Guston desiderava fare piuttosto che fare qualcosa. Con Manafon, l’impulso è stato simile?

DAVID SYLVIAN Farò l’analogia dell’archeologia. Diciamo che, dopo decenni di lavoro, ti ritrovi in un pozzo infossato, di fronte a una porta d’uscita parzialmente nascosta. Il viaggio per raggiungere questo posto è stato uno di quelli di personale evoluzione ed ossessione. Quando hai iniziato, non avevi idea che questo posto esistesse. Nel tempo, la conoscenza ed il potenziale diventano più profondi. Molte questioni con cui combattevi nei tuoi primi anni di vita diventano adesso intuitive. Questa espansione dell’intuizione, un qualcosa di auto-radicato direttamente nel cuore del sé più grande, pone le basi per ciò che deve essere fatto. Arrivi a fidarti della sua saggezza, anche quando sembra portarti verso il precipizio. Ti chiama e tu segui. Non ciecamente – sebbene ciò che viene intuito sia preverbale, la spinta in avanti è comunicata attraverso un insieme risonante di segni e segnali che tu sei in grado di interpretare. Ti ritrovi di fronte ad una porta. Dovrai superare numerosi ostacoli come meglio puoi, finché ti troverai al centro dello spazio su cui essa si apre. Una volta là, illuminato, lo spazio è vigorosamente vivo, tangibile. Ti è totalmente nuovo, ma è anche la conferma di ciò che avevi intuito: se ne riceve un percettibile conforto. In quelle prime sessions a Vienna del 2004, lavorando verso Manafon, trovammo quel particolare tipo di oro. Provai un senso di riconoscimento e possibilità radicale. Il mio viaggio musicale mi ha guidato verso un posto, accompagnato da un team di esperti nel campo, e tu eri tra loro. Uno scavo emozionale ed un’esplorazione musicale, congiuntamente, produssero Manafon, questo strano genere che si può definire ibrido, un improbabile incontro di due o più diversi tributi musicali. Il punto di riferimento, per me, era il lavoro fatto di recente con Derek Bailey per Blemish. Il metodo di lavoro in cui ero incappato mentre lavoravo a quell’album, si era dimostrato molto più che un lavoro di integrazione tra performances di improvvisazione e testi e voce. Espandere quel rapporto uno a uno con Derek ed entrare in un insieme più vasto di improvvisatori mi ha riempito di trepidazione, e chiunque abbia partecipato è stato molto più che garbato. Una parte importante del processo era conoscere il background di tutti quelli coinvolti, comprendendo l’estetica in opera, anticipando l’alchimia di una particolare costellazione. Questo fu l’unico “controllo” che fu possibile esercitare prima di dar vita al lavoro vero e proprio. Per quanto riguarda la citazione Feldman/Guston, si, il procedimento è la parte importante del viaggio, il fare. Ma c’è sempre la sensazione che c’è un movimento verso qualcosa, non necessariamente verso il lavoro finito ma in avanti. Ciò che è successo con Manafon è che il lavoro mi ha abbandonato. Mentre stavo scrivendo e sviluppando il materiale, lo spirito che teneva insieme tutti questi elementi disparati semplicemente sparì. Rimasi sbalordito per un momento e poi capii: è finito, oltre questo non può andare.

KR La tua analogia del pozzo e della porta risuona anche in me. Essere nel pozzo potrebbe semplicemente significare il tentativo di comprendere la situazione durante una performance dal vivo. La porta… non si è mai troppo sicuri della sua costruzione. A volte sembra fatta di 200 e più strati, altre volte mi sembra che ci siano più di 200 porte diverse da attraversare. E, ogni tanto, è un caleidoscopio di aperture con cui venire a patti nello stesso momento. Ognuna è un aspetto dell’arte o della vita che avrei dovuto considerare prima di provare ad oltrepassarla, ma non c’è possibilità di circumnavigazione. Ho iniziato una lista di queste preoccupazioni: affetto, gradi di opacità, assorbimento, rivelazioni e chiusura in se stessi, illusioni, il non sé, l’architettura di una frase, l’architettura del silenzio, chimere abbaglianti, ansietà etc. Un aspetto del venire a patti con queste porte è il sapere che non sei solo. Sembra che ci sia un esercito di terracotta intorno a me. Per esempio, sulla spalla destra c’è il mio vecchio insegnante di pittura Ben Hartley, dall’altra parte c’è Cornelius Cardew, Gustav Mahler, Henry Purcell, Mark Rothko, Henri Poincaré, John Tilbury…

DS A parte le figure storiche del passato recente o remoto, invidio questa idea dell’insegnante o del mentore. Sentii la loro assenza, particolarmente nei primi anni, quando probabilmente ne sentivo maggiormente il bisogno. Saltai da un mondo di auto-assorbimento adolescenziale dentro un mondo commerciale che mi voleva sfruttare. Avevo fatto tutto da solo, naturalmente, ed è la natura di quel gioco particolare, ma non ci furono figure autoritarie che non avessero un interesse personale in un particolare risultato, che non fossero occupate nel persuadermi che io, nei fatti, desideravo lo stesso risultato. Da quando lasciai i Japan, ho avuto colleghi amichevoli, che mi hanno permesso di prendere da loro via osmosi. Alcuni artisti, in svariati campi, sanno di cosa sto parlando, è come entrare in un manicomio e guardare negli occhi gli altri, comprendendo che anche loro hanno visto ciò che tu hai visto. Stando ai margini, per fato o circostanze, siamo meglio equipaggiati per vedere attraverso le conformità della società a cui apparteniamo. Sebbene mi sia aggregato ad una specie di comunità fantasma che paragona il mio al lavoro di artisti del passato, è salutare rimettere in atto il processo di separazione nei momenti cruciali, per evitare la stagnazione o l’eccesso di fiducia. “Uccidere il padre” – ho vissuto qualcosa come un’euforia parricida per la maggior parte dell’ultimo decennio.