

Traduzione in italiano a cura di Cristiana.
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L’uomo che una volta fu “il più bello del mondo”, David Sylvian, è finalmente felice, forse non completamente, ma ha trovato una felicità che brilla e splende nelle atmosfere e nella ritmica della sua musica per la fine del millennio.
Ed il fatto che David Sylvian sia tornato più struggente e poetico che mai è una piccola faccenda di grazia e qualcosa per cui ringraziare; il suo non è stato un percorso facile. Sylvian è una di quelle persone che sono sempre state nel gruppo dei forse-sarà-con-noi- e- forse-no; non si era certi che sarebbe riuscito a compiere l’intero percorso di musicista. Ma quando si arriverà all’album dell’anno, prima che il decennio ed il secolo scadano, lo straordinario e soddisfacente Dead Bees On A Cake di Sylvian sarà là, tra i migliori.
Ora di base in California, dopo essersi spostato in America nel 1992, essersi sposato e aver trascorso del tempo a Minneapolis, dove sua moglie, la poetessa e cantante, Ingrid Chavez, viveva, Sylvian è un uomo profondamente spirituale e commovente.
Un devoto della sua amata Amma, Mata Amritanandamayi, il credo di Sylvian permea Dead Bees On A Cake, ma non è immerso in un credo settario che lo porterebbe ad essere poco più che un altro viaggio New Age del “Ho visto la luce”.
C’è anche un po’ di dubbio, che Sylvian ha sviluppato strada facendo, oltre le frivolezze che segnarono la scomparsa della sua leggendaria presenza nei tardi 70/primi 80 nel glam-metal funk dei Japan, dove i giornali lo etichettarono come “L’uomo più bello del mondo”. Quella fu l’ultima goccia, per un uomo già profondamente a disagio con quel genere di stardom che si era fatto avanti all’uscita del terzo splendido album dei Japan, Quiet Life, e dei due seguiti brucia classifiche, Gentlemen Take Polaroids e Tin Drum.
Ma non sono i Japan o canzoni come Quiet Life, The Other Side of Life, Swing, Nightporter (un omaggio al compositore francese, Eric Satie), The Art Of Parties, Visions of China e la UK top 5 hit, Ghosts, che collocano Sylvian nei ricordi della maggior parte della gente. L’onore appartiene al singolo Forbidden Colours, una versione vocale del tema di Ryuichi Sakamoto per il film Merry Christmas Mr Lawrence (con David Bowie) che il compositore chiese a Sylvian di scrivere ed eseguire.
Forbidden Colours segna la prima collaborazione tra i due uomini, la cui amicizia ha compiuto venti anni e conta innumerevoli lavori, inclusi molti album solisti. Per Sylvian, Sakamoto è uno dei tanti notevoli collaboratori in lista che hanno definito le sue produzioni, sin dal suo primo album Brilliant Trees, una terra da cui Sylvian avrebbe fatto crescere qualcosa di unico e poetico.
Holger Czukay dei Can, i trombettisti Jon Hassell e Kenny Wheeler, tutti iniziarono un lungo rapporto con Sylvian su Brilliant Trees, i chitarristi Robert Fripp e Bill Nelson arrivarono alla festa sul set del secondo album solista, Gone To Earth, mentre Steve Nye produceva il suo seguito, Secrets Of The Beehive, ospitando Danny Thompson, Mark Isham, Phil Palmer, David Torn and Steve Jansen.
E poi: “Dopo Secrets, la musica occupò un posto un po’ meno rilevante nella mia vita” dice Sylvian. “Ero profondamente turbato. C’era una ricerca personale che andava avanti.” Così, invece che sui progetti solisti, si concentrò sulle collaborazioni; due album con Czukay (verificate, su Plight And Premonition, alcune delle atmosfere più misteriose messe su disco), riformò i Japan ma – con grande irritazione degli altri membri – insistette per un nuovo nome, Rain Tree Crow. Si sciolsero dopo un album. La prima metà degli anni 90 fu dedicata al lavoro con Fripp; The First Day, un rumoroso insieme di electric funk rock, lo portò ai posti più alti delle charts dai tempi dei Japan, mentre l’album live Damage mostrò un Sylvian che tornava allo stile delle ballate, suo marchio di fabbrica, in parecchie nuove canzoni.
Dead Bees On A Cake iniziò dopo il culmine del tour mondiale di Damage e richiese oltre quattro anni, cosa che Sylvian trovò un po’ frustrante ma, alla fine, gratificante: “Molto del materiale per quest’album nacque dalla scrittura di pezzi per Ingrid. La grande sfida, come compositore, fu di tirarci fuori qualcosa di essenziale per me”.
Lui fa una pausa, poi continua: “Tutti i miei album sono incompleti, per certi versi. Ma questo è il più vicino a dove volevo arrivare”.
Che è un posto dove la sua musica sembra essersi fusa: Dead Bees On A Cake rappresenta tutti i David Sylvians che sono stati prima, e si suppone, indizi per ciò che verrà. In Midnight Sun, basata su un loop di batteria di John Lee Hooker, c’è una bellezza grezza di natura blues, ‘l’uomo bianco suona il blues’, che è davvero poco usuale; Cafe Europa è la perfetta canzone pop di fine secolo ed una delle due tracce in cui figura la Chavez; l’altra, Krishna Blue, unisce il suo parlato con l’adattamento di Sylvian della musica indiana con le sue atmosfere liquide, mentre il pezzo che apre, I Surrender – probabilmente la sua traccia preferita – è un pezzo che incorpora tutti i migliori elementi di Sylvian, il compositore solista, e la pura essenza dei Japan. All Of My Mother's Names è oscura improvvisazione e umorale speculazione mentre i brani che chiudono – l’assolutamente sublime Praise (cantata dalla santa indiana Shree Maa) e Darkest Dreaming (quasi meditativa) – concludono il suo messaggio e sono anche le strade che conducono meglio all’uomo.
“Praise è quasi una canzone di puro amore, di desiderio ed apprezzamento per il divino” dice. “L’ultimo brano getta un po’ nel dubbio, un senso di solitudine, il senso di essere solo e di volere ciò di cui Shree Maa ha cantato, volere quel senso di unità, comunione, fusione con la coscienza, se vuoi. Questo potrebbe apparire molto new age ma non c’è un linguaggio adatto per descrivere queste cose. Sto sempre a cercare le parole giuste.”
“Ma permette anche di far entrare il lato oscuro, il lato umano, che è… noi ci sentiamo terribilmente soli e c’è un gran desiderio di avere un partner nella vita, che sia un compagno fisico o una comunanza con Dio, se vuoi. Questo finisce col calpestare ogni altra emozione che abbiamo, ci porta a credere che questo senso di solitudine è innaturale per noi ma dobbiamo affrontarlo, viverlo fino a trovare un posto, dentro noi stessi, dove siamo a nostro agio con chi noi siamo, con ciò che siamo e con ciò che siamo al di là di tutti i modelli che imitiamo.
“Spero che crei un senso di desiderio che… sai, qualche volta, quando ascolto musica, quando il pezzo finisce mi lascia in uno stato di riflessione e mi aiuta a scoprire certi aspetti. Come l’essere in comunione con la natura: noi non abbiamo molta natura intorno. Camminiamo all’aperto, siamo circondati dal traffico, almeno la maggior parte di noi, e non riusciamo ad essere semplicemente tranquilli nella natura. Invece penso che fosse uno stato d’essere molto naturale per noi, che ci permetteva di poter essere più riflessivi.
“La musica può svolgere quella funzione così, quando un pezzo finisce, tu ti puoi sentire come se fossi sceso da una montagna ed avessi appena vissuto un’esperienza liberatoria, che include sia la gioia che la tristezza e tutte le emozioni conflittuali di cui siamo capaci e con cui siamo in grado di convivere bene”.
Sylvian parla con facilità adesso, molto più che in passato comunque, avendo la rete di sicurezza del sapere che non dovrà fare enormi giri di interviste – ed ha la sua famiglia, e questo è tutto. Li cita di continuo, parla di come lui e la Chavez condividano ogni cosa, come sgobbino per gli altri e anche quanto i figli facciano per loro.
Dead Bees On A Cake è pura emozione, Sylvian che riconosce la sua stessa gioia. Lui dice che, poiché è nato in un certo periodo della sua vita, ci sono degli aspetti unificanti che lo percorrono: “Canzoni di devozione, d’amore, e canzoni celebrative che esaltano la vita. Penso che questo sia il sentimento dominante, è un clima di celebrazione, che celebra sia il lato oscuro che quello luminoso della vita e si sente il senso di ebbrezza; è come essere inebriati dall’amato o dalla vita in generale o da un dio divino, quello che vuoi. Quel senso di gioia incontenibile che provi quando ami una persona, o qualsiasi cosa tu voglia.
“La maggior parte del mio lavoro solista è celebrativo ma non sempre in maniera apparente, perché io permetto al lato in ombra di entrare e perché non credo che tu possa abbracciare pienamente la vita senza il lato oscuro. Deve essere presente per dare un quadro completo. Ma credo che ognuno di noi possa trovare quella pace, quella gioia e quell’amore che è dentro di noi. È stato il mio percorso e questa è una delle ragioni per cui ci è voluto così tanto per farlo, perché seguivo il mio percorso attivamente, per imparare vie e metodi per poter sviluppare quell’aspetto del mio io”.
Che mi dici del titolo? Che cosa c’entra? Sembra così stranamente perfetto. “E’ un titolo strano, ma non volevo fare il prezioso” dice. “C’era umorismo e pure grossolano. Ce l’avevo in mente da tempo ma non ero sicuro se fosse il titolo per l’album ma, alla fine, ne faceva talmente parte che non ho potuto più eliminarlo.
“Vedi, sembrava così appropriato, l’immagine… su un cammino, anche se tu stai seguendo qualcosa che non sia in particolare spirituale, l’obiettivo si fonde, una specie di unione in un’unica coscienza; è come se ci fosse l’oggetto del desiderio e poi, lentamente, c’è la morte del sé ed una fusione, ed è dalla fusione con l’oggetto del desiderio che, per me, divenne Dead Bees On A Cake.
In definitiva però, questo tratta un viaggio di riscoperta. David Sylvian è felice, ha fatto di nuovo un disco pop, è soddisfatto di considerarsi un artista pop, felice di aver raggiunto un punto significativo della sua vita, forse il posto che ognuno cerca, con tutte le differenti destinazioni che comporta. Se ha trovato la pace, è fortunato.
Ride, ritornando ai tempi dei Japan. “La band aveva un aspetto fortemente visuale, un artificio, e fu un lungo processo, dall’inizio dei Japan fino alla rottura; per me, un superamento dell’artificio che avevo creato.
“Ho cominciato creando musica dietro la quale nascondermi, nascondermi dal mondo, creare qualcun altro, creare una persona ma alla fine capii che era un’esperienza sterile e non gratificante. Così ho iniziato a togliere lentamente tutti quei manierismi ed affettazioni, tentando di trovare la persona che era dentro e provare a rivelare me stesso tramite il lavoro, cosa che non trovavo facile a farsi, quando ero più giovane. Ma progressivamente divenne più facile, fino al punto in cui sentii che in quel lavoro c’era del valore”.
Dice molto quietamente: “Trova e segui qualunque cosa apra il tuo cuore”.