

Trascrizione dell'intervista trasmessa il 29 Settembre 2000 su BBc London Live. Traduzione in italiano a cura di Cristiana. Leggi la versione inglese.
Introduzione
State ascoltando "Ghosts" - David Sylvian e Japan. David è a Londra questa settimana. Il nostro Paul Malone è andato a intervistarlo e a chiedere a David come è stato concepito il nuovo album...
DS: Mi fu chiesto di metterne insieme uno. In origine mi fu chiesto circa sei anni fa ma a quel tempo non mi sentivo pronto per creare una compilation. Ero giusto nel bel mezzo della registrazione del primo album solista dopo molti molti anni. Così, volevo davvero capire dove stavo andando prima di tornare a riguardare nel passato di 20 anni e più. Dopo aver finito l’album mi ritrovai ad essere parecchio in movimento. Vivo in America ma non ho messo radici e stiamo viaggiando avanti e indietro per gli States in cerca di una casa adatta. Non ero davvero nella posizione di scrivere nuovo materiale. Pensai “mi piacerebbe tenermi in esercizio – che posso fare? Comincerò a riguardare il vecchio materiale- Vediamo cosa c’è”. E per mantenermi interessato provai ad avvicinarmi con un approccio leggermente diverso all’idea di come una compilation dovrebbe essere fatta o potrebbe essere fatta. E c’era una certa quantità di materiale scartato, sepolto negli archivi per anni, e pensai “Questo materiale è piuttosto forte, sarebbe meraviglioso se vedesse la luce del giorno. Potrebbe essere la mia ultima opportunità di affrontarlo sul serio. Questo è ciò che dovevo fare: includere i numerosi outtakes registrati in oltre 10 anni e tornare ancora più indietro, cercando materiale precedente – quello fatto con i Japan e nei primi anni del mio lavoro solista – e se possibile darne un’altra versione, in termini di rimixare il materiale e così via”. Così “una visione d’insieme esauriente e coincisa” era il mio obiettivo e ci sono arrivato piuttosto vicino, mi pare.
PM: Hai reso molto chiaramente che non è un greatest hits album. È una retrospettiva. Include alcuni dei brani più amati a cui la gente ti associa, tipo "Ghosts", ovviamente. Ma c’è anche molto materiale che hai escluso, come "Forbidden Colours" che fu un grande successo internazionale with Ryuichi Sakamoto e poi "I Seconds That Emotion" che fu uno dei tuoi primi successi ma forse non uno dei tuoi preferiti, ma comunque hai deciso di lasciarli fuori...
DS: Essenzialmente, stavo cercando di focalizzarmi sul lavoro solista e quello fatto in collaborazione, da che si sciolsero i Japan, dall’82 in poi. Ho incluso “Ghosts” perché era un pezzo basilare, fu in qualche modo un passo avanti per me. E inoltre, lo sai, fu il nostro più grande successo e questo mi incoraggiò a proseguire sulla strada dell’introspezione, nel mio modo di scrivere. Ecco perché l’ho incluso. C’è un altro pezzo dei Japan [Some Kind Of Fool], l’unico brano inedito che c’era, e l’ho incluso perché è una ballata piuttosto classica, non mi è sembrata particolarmente datata, e ritenevo giusto includerla. Al di fuori di questi due pezzi, essenzialmente, ho messo a fuoco il lavoro solista e quello in collaborazione dal 1982/83 in poi.
PM: Ci sono 29 brani sul doppio album. Deve essere stato piuttosto bello sederti e ricercare negli archivi anche cose del 1982, diciotto anni fa, semplicemente ascoltandole di nuovo e rimettendoti in relazione con esse?
DS: Essenzialmente, sapevo ciò che volevo includere prima di sedermi a cercare il materiale. Avevo fatto una lunga lista di brani e volevo che Virgin li cercasse e scavasse fuori per me. Fu quasi un processo di estrazione, letteralmente trovare il materiale in cantina. I pezzi mi arrivarono un po’ alla volta, mi furono mandati in America ed io ci lavoravo non appena arrivavano. Ma si, c’era… è quasi un viaggio nostalgico: stai in studio, con le cuffie, ascolti il gruppo che interpreta “Ghosts”, per esempio, o qualcosa da “Brilliant Trees” e ti ritrovi indietro nel tempo. Non sono un musicista che ritorna ad ascoltare il proprio lavoro, una volta che è fatto è fatto e vado avanti, però è stato interessante, qualche volta quasi rinfrescante, ascoltare quel materiale per la prima volta dopo tanti, tanti anni.
PM: Nel 1974 quando hai iniziato – cioè quando i Japan si formarono - Rod Stewart era al numero uno con "Sailing". I Japan probabilmente erano, non so, …qualcuno diceva fossero una piccola avant-garde, forse nei primi tempi e nel tipo di scenario in cui vi muovevate … e poi c’era l’intero movimento punk e ska nel passaggio del decennio ed i Japan non si incastravano per niente in nessuna di queste categorie…
DS: Non ci incastravamo da nessuna parte, come dici tu. Ed ancora mi sento al margine delle cose. Non sto scomodo in quella posizione. Si rispecchia nella mia vita in vari modi e ci sono venuto a patti nel corso degli anni. Ho provato a spostarmi più al centro, in termini di cerchie sociali, ma non funziona per me. Mi sono sempre ritrovato ai margini e ho realizzato che, in un certo senso, quello è il mio posto di appartenenza. Sono davvero molto a mio agio là. Sento che mi ci muovo con più facilità, ho un senso di maggiore libertà che non tentando di appartenere a qualsiasi gruppo o genere o persino cerchia sociale. Così si, come band, come Japan, non ci siamo mai sentiti parte di una categoria particolare. Ci vedevano come una parte del movimento New Romantic, quando arrivò, ma davvero non lo eravamo. Eravamo già avanti al tempo in cui quel movimento sollevò la testa. Così si, sicuramente estranei, ed era certamente il modo in cui ci sentivamo.
PM: Quindi secondo te, per sfortuna siete stati incorporati nel movimento New Romantic. Quando gli Spandau Ballet ed i Duran Duran uscirono per la prima volta, avevano tutti quei fronzoli e i tagli di capelli elaborati ed il look tradizionale dei New Romantic, e tu sei stato aggregato a quella categoria. Come ti sentivi?
DS: Non c’erano particolari turbamenti nell’essere messi in una categoria o nell’altra. Non ho problemi nell’essere categorizzato. Ho sempre scelto il termine generico di musica pop, musicista pop, piuttosto che provare a definire più specificamente il lavoro che faccio o l’area in cui lavoro. Più attenzione va posta su di noi come una conseguenza del movimento New Romantic, che poteva anche essere vista come una cosa positiva, la gente stava iniziando ad ascoltarci di più – particolarmente in Europa - sebbene noi mantenessimo sempre la nostra posizione, cioè che non eravamo parte di nessun movimento e che stavamo seguendo la nostra strada da un certo tempo.
PM: I Japan erano una band molto glamour al tempo e ricordo che tu fosti votato come l’uomo più bello del mondo o qualcosa del genere. Però sembrava tu non fossi entusiasta di essere associato a tutto questo. Perché? Sicuramente la maggior parte delle persone avrebbe pagato oro per avere un titolo come quello.
DS (ridendo) è un titolo equivoco da ricevere, credo. È come se qualcuno ti appuntasse sulla schiena un cartello con su scritto: “datemi un calcio bello forte”. È ovviamente qualcosa che non prendi seriamente e non è niente più di quello.
PM: I Japan si fermarono nel 1982/83 – cioè quando assaporarono i primi successi in classifica, con i singoli, è vero, ma penso che sarebbero seguiti anche gli album. Allora perché decideste “Ok, basta”?
DS: Le cose giunsero ad una svolta decisive nella band: le politiche all’interno della band. Come ho detto prima, avevo fatto una specie di passo avanti con Ghosts, come scrittore, e volevo davvero seguire quella strada. Non mi sembrava che il contesto della band fosse quello giusto per proseguire con quello stile di scrittura. E anche, come ho detto, per le scelte dentro la band… la band stava essenzialmente andando in pezzi. Così non fu una decisione da prendere, fu un insieme di circostanze che doveva essere consapevolmente riconosciuto come impraticabile, e quindi la decisione venne spontaneamente.
PM: Un sacco di musicisti dicono che la musica è molto più importante della fama e delle trappole che seguono. Molto pochi, naturalmente, lo dicono sul serio. Ma sembra che tu sia uno di quelli davvero poco entusiasta dell’intero Gioco della Celebrità. Trovi che le persone attorno a te, come i produttori o il management, le compagnie discografiche, volessero approfittare del successo del singolo o dell’album per buttarti dentro al “Giochiamo al Gioco della Celebrità” ed approfittarne?
DS: Il management si ma io sono una persona piuttosto ostinata. Quando so quel che voglio tiro dritto e nessun’altra opinione può influenzarmi. Nei primi anni con i Japan eravamo pesantemente influenzati, dalle persone dell’industria intorno a noi e così via, e abbiamo commesso errori di giudizio e da quelli abbiamo imparato così, negli anni seguenti, sono stato in grado di fare il passo e mantenermi fedele a quella scelta, senza tener conto della pressione. Ma sorprendentemente ci fu poca pressione, al di fuori dell’immediata pressione del management. La label semplicemente accettava tutto quello che volevo fare, si fidavano di me. Penso fosse a causa del successo di Ghosts. Io spinsi molto affinché Ghosts fosse realizzato come singolo, quando in pochi lo ritenevano valido. Dato il suo successo loro si fidarono di me, a torto o a ragione, e mi permisero di perseguire i miei interessi ed obiettivi.
PM: Nei primi 90, tardi 80, formasti il progetto Rain Tree Crow, con te e Mick Karn che tornavate insieme e tutti dicevano "Japan mkII”: una versione, nome differente. Fu un progetto ben accolto perché, naturalmente, i tardi anni 80 erano stati, probabilmente, uno dei periodi peggiori nella storia della musica – così fu definito. Probabilmente fu una boccata d’aria fresca, per la gente, trovare ancora della musica seria, di qualità, ma fu un progetto di breve vita…
DS: Il progetto RTC scaturì dal lavoro che stavo facendo con Holger Czukay. Avevamo fatto un paio di album insieme, basati sull’idea dell’improvvisazione e quel lavoro mi era piaciuto enormemente ma volevo espanderlo ulteriormente con un gruppo più vasto di musicisti. Così pensai di mettere insieme una band, specificamente per quell’idea. E in ultima pensai agli ex membri dei Japan come al gruppo ideale con cui esplorare quel territorio, perché condividevamo un linguaggio comune – un linguaggio musicale – il che è piuttosto raro. Come artista solista avevo iniziato ad apprezzarlo, ed è molto raro che incappi in un musicista con cui condividi lo stesso linguaggio. Normalmente si deve lavorare molto per stabilire un terreno comune. Così pensai, bene, abbiamo questo linguaggio comune, non abbiamo davvero esplorato questo rapporto a pieno negli anni passati insieme e non ci siamo mai messi in una stanza insieme, come musicisti, per suonare e basta. Avevamo sempre lavorato sulle mie composizioni, o sui modi di risolverle o di arrangiarle. Cosa sarebbe successo se non avessimo avuto una direzione e fossimo semplicemente andati in studio a vedere cosa poteva succedere? E così facemmo. Non discutemmo per niente su una direzione musicale prima di essere entrati in studio, aver preparato l’attrezzatura, avviato i nastri e cominciato a suonare insieme. E ci furono risultati molto interessanti ed emozionanti. Eravamo tutti molto divertiti da ciò che stava succedendo e lo vedemmo come un progetto a lungo termine. Parlammo di un secondo e terzo album e dei tour e così via. Ma pressioni esterne intervennero da parte della casa discografica ed, essenzialmente, ci divisero. Le cose, sfortunatamente, andarono in pezzi e questo è l’unico rimpianto che ho. Quella è l’unica volta in cui mi sono sentito pressato dall’industria, nella mia vita adulta, e davvero ebbe un effetto negativo sul lavoro che era… che poteva essere fatto. L’album stesso rimase unico. Non fu compromesso ma da quel progetto poteva uscire molto di più.
PM: Nessuna possibilità di riformarlo? Pensi che tornerete insieme? Tu fai un sacco di collaborazioni: lavori con gente come Fripp, che usa parecchio l’improvvisazione nel suo stile – la League of Crafty Guitarists e le cose che fa – è ben noto per quello. Ovviamente a te piace quel tipo di forma musicale libera.
DS: È un campo che mi dà un bel po’ di soddisfazione. In un certo senso, l’idea è piegarmi, come autore e performer, a quelle circostanze. Essenzialmente si risponde agli stimoli, attraverso l’ambiente in cui sei immerso. Era bellissimo lavorare in quel modo con Holger, Rain Tree Crow and Robert Fripp ma mi diverte lavorare con le strutture. Preferisco avere più controllo sul materiale, in definitiva, ma è un campo in cui ritornerò di tanto in tanto, tanto per varcare un po’ i miei confini. E così posso tornare al mio modo di scrivere, al mio lavoro, con rinnovato entusiasmo ed un approccio fresco, una prospettiva fresca.
PM: Cosa ti influenza musicalmente? Come musicista sei in giro dal 1974. c’è qualcosa, di quel tempo, di band o cantanti o chiunque altro, che è uscito e che ti ha colpito musicalmente?
DS: Non penso di poter elencare nessun musicista o band e dire esattamente quale artista ebbe una certa influenza a quel tempo, ma io assorbo una grande quantità di musica. Sono un ascoltatore avido e ho gusti molto vari, così ne prendo in grande quantità. Ma la principale influenza deve essere l’esperienza della vita. È qualsiasi cosa accada nella mia vita che provoca in me la volontà di scrivere e condividere quell’esperienza, in un certo modo.
PM: Cosa pensi della scena musicale attuale? Dello scenario musicale in generale in UK? So che sei in America adesso ma come ti sembra che vada qui, rispetto a prima?
DS: Di nuovo non posso essere specifico – davvero non conosco la situazione a quel livello – ma posso dirti che l’industria è piuttosto in declino. Negli anni in cui ero coinvolto sentivo che andava su e giù ma, in generale, c’era un clima salutare. C’erano persone piene di idee e venivano ascoltate. Non mi sembra che questo sia il caso adesso, in generale ci sono restrizioni, interessano solo quegli artisti che possono vendere milioni di dischi e così via, focalizzandosi essenzialmente su un campo molto ristretto, quale quello del pubblico teenager. Al pubblico maturo viene lasciata una coppia di artisti di super successo e poco altro. Ma io so, attraverso gli amici e l’esperienza, che ci sono un sacco di buoni artisti con così tanto da dare, che stanno facendo delle vere battaglie per farsi ascoltare: artisti maturi che hanno lavorato con la musica per tutta la vita e stanno raggiungendo l’apice della loro creatività. È triste vedere come l’industria non sia interessata ad esplorare quei talenti, anche per sfruttarli… per trovare un mercato per questo, perché il mercato c’è, non hanno fatto abbastanza per scoprire come raggiungere il pubblico.
PM: Dove pensi che si inserisca David Sylvian nello schema delle cose? Come ti posizioneresti al momento?
DS [ridendo]: Alla periferia. Dove rimarrò, senza dubbio. Come ho detto, lì mi sento a mio agio. Sai, è difficile, sono ancora con una major, non so per quanto, ma sono stato con Virgin per 20 anni e, sebbene stiano sopraggiungendo cambiamenti, in qualche modo sembro ancora in grado di lavorare nel sistema, senza conformarmici. Penso che sarò sempre in grado di trovare un modo per vendere il mio lavoro e sono molto fortunato, perché là fuori ci sono abbastanza persone interessate a quello che faccio, il che mi permette di continuare.
PM: Abbiamo il nuovo album album "Everything And Nothing" che uscirà il 9 Ottobre. Progetti per date dal vivo?
DS: Mi piacerebbe esibirmi dal vivo ma solo con le giuste condizioni. Di nuovo a causa del clima le condizioni non sono buone, adesso. Ma forse lo saranno di nuovo. Per ora tutto il clima è sbagliato. Non posso mettere insieme una band e portarla sulla strada. Non sarebbe fattibile finanziariamente ma se le condizioni dovessero tornare ottimali, mi piacerebbe darmi una mossa. Mi è piaciuto esibirmi dal vivo – particolarmente nel tour che ho fatto con Robert (Fripp) - ed ho fatto un tour da solo, credo fosse il 95. Quello fu una rivelazione per me. Non avevo mai davvero gradito i tour fino a quel momento e ora sono piuttosto aperto all’idea di andare fuori sulla strada ed eseguire il materiale. Non è una parte essenziale di ciò che faccio ma ho cominciato a divertirmi sempre di più ad eseguire dal vivo, così sono molto disponibile a provarci.