[1999 - JAM!] Intervista di John Sakamoto (traduzione)

Traduzione in italiano a cura di Cristiana.
Leggi la versione inglese.

Dopo molte deviazioni, false partenze e frustranti ritardi, il primo album solista di David Sylvian in 12 anni, "Dead Bees On A Cake", finalmente è approdato in Canada il 6 aprile.

JAM! Recentemente, un sorprendentemente aperto ed accattivante Sylvian ha accettato di parlare al telefono dalla sua casa di San Francisco di Dead Bees e della sua collaborazione, nei primi 90 con Robert Fripp, dei progetti per il tour e di moltissimo materiale che finalmente vedrà la luce del giorno in una compilation a cui sta lavorando.

Questo è il testo integrale della nostra conversazione.

JAM!: Devo ammettere di aver riso molto quando ho sentito il titolo dell’album. Non sapevo tu avessi un tale senso dell’umorismo. So che l’idea è correlata al concetto di fusione con l’oggetto del desiderio. È saltato fuori dalla ricerca spirituale che hai percorso negli ultimi anni?

D.S.: Si. E si, il titolo intendeva essere umoristico. Sono felice che tu l’abbia trovato divertente. Sei la prima persona che ha risposto in questo modo, per quanto ne so. Si, sicuramente esce dal background di insegnamenti in cui sono coinvolto ed è ovviamente un concetto di cui sono stato consapevole per molti anni; sai, sono stato abbastanza interessato alle varie discipline spirituali nel corso degli anni. Sembra aver raggiunto una specie di picco per me, nel senso di comprensione del concetto ed esperienza di esso, e questo si riflette in qualche maniera nel contenuto dell’album. Volevo rifletterlo nel titolo, seppure in maniera obliqua, tuttavia lo volevo là.

JAM!: Ma questa è la lezione che dovevi imparare, che non dovresti provare a fonderti con l’oggetto del tuo desiderio?

D.S.: No, ancora lo intendo come un obiettivo perfettamente desiderabile, davvero.

JAM!: Anche se il risultato finale potrebbe essere la morte?

D.S.: Beh, la morte dell’ego. Ma di nuovo, ci sono molte morti sulla strada del risveglio, e la morte dell’ego è l’ultima; la morte della separatività o l’idea di un sé separato o la consapevolezza di un sé separato. Così queste diventano un tutt’uno con la torta, si fondono con questa ed in questa muoiono.

JAM!: C’è un qualche aggancio diretto con "Secrets Of The Beehive" o è solo una coincidenza?

D.S.: Potresti tracciare certe linee che potrebbero collegare l’uno all’altro ma io non li ho mai considerati collegati, quanto a questo. È più di una coincidenza. Ero molto riluttante nel tornare all’immagine dell’ape o alla metafora ma c’era. Ho considerate quel titolo per un po’, semplicemente mi attraeva e divenne il titolo dell’album. Non avevo scelta.

JAM!: La musica di "Dead Bees On A Cake" mi sembra che suoni molto “vissuta”. Non sembra come se qualcuno fosse andato in uno studio di registrazione per un numero x di mesi a registrare 14 canzoni. Sembra più un procedimento a scatti, suppongo, che forse ha più a che fare con i testi e le voci che con la produzione o il suono della musica. È stato un processo interrotto, per te?

D.S.: Lo è stato. Lo scrivere procedette senza interruzioni e fu anche abbastanza veloce ma la registrazione fu molto tirata.

JAM!: Deliberatamente? 

D.S.: No. Cominciai a lavorare con Ryuichi Sakamoto a New York per tre settimane. Inizialmente Ryuchi era co-produttore del progetto con me; dopo tre settimane di lavoro aveva fatto il lavoro di tre giorni ed era ovvio che le cose non funzionavano bene come di solito succedeva tra noi. Così decidemmo di mollare. Catturai alcuni momenti meravigliosi dalla session di arrangiamenti di chitarre, i fiati e qualche solo di piano di quelli eseguiti da Ryuchi ma, a quel punto, eravamo molto indietro rispetto a dove mi aspettavo di essere.

Feci qualche altra session a New York e la più forte fu quella con Eno, un pomeriggio di lavoro in cui mi fu dato tantissimo materiale con cui lavorare. Poi allestii un secondo set di sessions a Real World in Inghilterra e mi successe la stessa cosa. Avevo un gruppo di musicisti ma il materiale non prendeva forma. I musicisti non trovavano il loro ruolo nel lavoro e questo per me era del tutto sorprendente, perché non mi era mai successo prima e non pensavo che il materiale fosse così difficile, così fu sconcertante. Passavo da un batterista all’altro, bassisti, percussionisti e riuscivo a tirar fuori davvero molto, molto poco.

Così tornai a Minneapolis, dove allora vivevo, e semplicemente iniziai a campionare il materiale che avevo ed a ricostruire gli arrangiamenti per tentare di mettere assieme una base da cui poter lavorare per l’album. Sai, tre mesi e c’era davvero poco da mostrare. Questo fu l’inizio e andando avanti mi trovai ad assumere ruoli che non avevo davvero previsto per me stesso: essere l’unico produttore, prendersi cura dell’engineering, diventare il ragazzo della manutenzione, il tuo studio, sai, tutto ciò che serve per buttare giù il lavoro, essere creativo e registrare.

JAM!: Finisti con il ricostruire accuratamente o montare insieme le canzoni usando una varietà di prestazioni o ricominciasti a ri-registrare con un altro insieme di musicisti?

D.S.: Ricostruii i pezzi usando vari campionamenti da una moltitudine di performances. La sfida era riuscire a mantenere organica l’intera cosa, come se ci fosse un gruppo di persone che suonavano insieme, che a livello sonoro sembrassero davvero parte del tutto, e fu davvero una sfida. Probabilmente una sfida più grande del mettere insieme gli arrangiamenti.

JAM!: Fu parte del  problema il fatto che i musicisti non riuscissero a sembrare una squadra?

D.S.: Forse in parte. Non voglio entrare in ciò che non era appropriato. Semplicemente, sentivo che le performances non erano… ti farò un esempio. Stavo lavorando con Bill Frisell a Seattle. Ovviamente, penso che Bill sia un chitarrista incredibile. Facemmo insieme due giorni di lavoro e lui contribuì a molti pezzi. Ma quando mi portai il lavoro a casa ed iniziai ad ascoltarlo, sebbene le performances fossero belle, non traevano dai pezzi la risposta emozionale che cercavo. Così dovetti tornare indietro e rimpiazzare molte parti di chitarra suonandomele io stesso, ovviamente con un risultato tecnicamente inferiore a quello di Bill.

Io ero in grado di portare nel lavoro il contenuto emozionale che cercavo di trarre dalla composizione. Così dovetti rimpiazzare alcune parti tecnicamente competenti e bellissime con qualcosa che era meno competente ma più vero e adatto al pezzo. È qualcosa che non avevo mai dovuto fare in passato; potevo fare affidamento sulla performance di una persona chiave per essere totalmente in sincrono con il pezzo su cui stavo lavorando. Forse crescendo sono arrivato a cercare qualcosa di molto più specifico e pertanto chiedo molto di più alle persone con cui lavoro e, quando non lo trovo, significa che devo tornare indietro e trovare le risorse dentro di me e metterle su disco.

JAM!: È possibile che il lavoro sia così personale che la sola persona capace di suscitare la giusta risposta emozionale sia tu stesso?

D.S.: Penso che in gran parte sia così, yeah. 

JAM!: Nel periodo in cui non hai lavorato da solo ti sei dovuto adattare, nel senso che tu suonavi tutto ma senza un collaboratore alla tua altezza?

D.S.: Fu un enorme sollievo, per essere onesto. Tu sai che i lavori in collaborazione sono sorprendenti a molti livelli. Lasciando perdere il risultato finale, si tende ad imparare moltissimo mentre lavori con quelle persone. Fu remunerativo ma, in ultimo, ti trovi incapace di sentirti al 100% nel lavoro e dire “Si, mi sento in questo lavoro, questo rappresenta questo o quell’aspetto”.

Ci sono talmente tanti compromessi fatti lungo strada che io fatico a trovarmi al 100% nel lavoro. Dopo un certo tempo cominciò a farsi strada in me l’idea che, in realtà, non stavo producendo niente che sentissi veramente. Probabilmente stavo raggiungendo un punto, una condizione mentale, dove c’erano questioni che volevo affrontare nei miei scritti ma farlo nel contesto di una collaborazione mi faceva sentire a disagio. Così, sentii che era tempo di tornare al lavoro solista. Anche prima della collaborazione Sylvian/Fripp stavo focalizzando, cominciando a concentrarmi sullo scrivere di nuovo ed ero già pronto prima che il progetto Sylvian/Fripp terminasse.

JAM!: Successero altre cose nella tua vita normale che contribuirono ad interrompere il processo di registrazione, insieme ai problemi che avevi negli studi?

D.S.: Sicuro, si, succedevano un sacco di cose e, tra quelle, semplicemente la vita divenne così interessante da distogliermi dal lavoro per mesi, alle volte. Il lavoro dovette essere accantonato per periodi molto lunghi, ad un certo punto. Un po’ per la mia famiglia, avendo due figlie, e poi per l’incontro che facemmo con i maestri e viaggiammo con loro e vivemmo una moltitudine di esperienze in loro compagnia; perciò queste cose furono eventi importanti nella mia vita, eventi chiave e, in qualche modo, sono documentati nell’album stesso.

L’album nacque da quell’ambiente dove tutte queste cose avevano luogo, così divenne parte integrante di questa esperienza totale. Non posso separare lo scrivere/registrare dell’album da tutto quello che stava succedendo, e questo fu davvero il più ricco, il più movimentato periodo della mia vita, da ricordare. Sai, successero molte cose. Ovviamente stavo imparando un bel po’ semplicemente stando in famiglia, essendo una famiglia molto affiatata che viveva a Minneapolis. Sai, ci sono questi lunghi inverni, si conduce un’esistenza quasi ermeticamente chiusa perché non esci molto spesso e quando lo fai è proprio da A a B e di nuovo indietro, così si tende a vivere sempre appiccicati. Fu una grande esperienza; nei primi cinque anni di vita della mia prima figlia, noi eravamo sempre a casa con lei per crescerla, così fu incredibile avere tutto quel tempo per impegnarsi in quel rapporto.

E come ho detto prima, i maestri; quella fu tutt’altra cosa, che portò grande ricchezza nelle nostre vite, esattamente come i periodi di dubbi personali e autoanalisi, in cui noi facemmo alcune scoperte su noi stessi e non sono sempre scoperte semplici da fare. Significa che tu devi realmente affrontare quei problemi e lavorarci sopra. Alla fine, è estremamente gratificante ma nel mentre possono sembrare mostruosamente difficili da risolvere.

JAM!: Quell’esistenza ermeticamente sigillata a Minneapolis fu una delle ragioni per cui andasti a vivere a San Francisco?

D.S.: No. ci sono due ragioni per quello. Ingrid (Chavez, la moglie di Sylvian) era pronta a spostarsi perché aveva vissuto a Minneapolis per, non so, 12 anni. La ragione principale fu che Shree Maa, la santa indiana, venne a stare con noi per un certo periodo e l’esperienza di vivere con lei per quattro o cinque giorni fu così intensa che decidemmo di spostarci nel posto dove lei viveva, sulle Napa Hills, per esserle vicini per un certo tempo. E quando sentimmo di aver preso abbastanza da quell’esperienza, ci spostammo di nuovo, giù nella Valley. Ecco cosa ci portò qui, inizialmente.

JAM!: Originariamente, pensavo di chiederti quanto ti avesse influenzato vivere negli USA per 4 o 5 anni, ma in realtà non riesco proprio a cogliere nessun accenno dell’influenza del mondo esterno, in generale. L’album sembra molto intimo, come se fosse stato registrato in un piccolo spazio scuro. Certamente non sembra il lavoro di uno che raccoglie le sue cose e si muove da un posto all’altro.

D.S.: Beh, il grosso del lavoro fu fatto a Minneapolis. Quando ci spostammo, tutto quello che era rimasto da fare era solo finire qualche pezzo, nel senso di rifinire tastiere e chitarre, ma principalmente tutte le voci furono registrate qui in California. E fu un lusso perché ero solo e potevo lavorare completamente da solo per registrare le voci, il che era un’esperienza nuova per me. Ha contribuito a quel senso di intimità che io penso sia palpabile nell’album.

JAM!: Di chi è la voce su "Cafe Europa"? 

D.S.: Quella è la voce di mia moglie 

JAM!: Suppongo che tu abbia finito per campionare il tuo stesso lavoro, come hai fatto per montare insieme canzoni da differenti performances. Hai usato anche campionamenti esterni?

D.S.: Oh si. Il brano d’apertura, "I Surrender", parte da un sample della Mahavishnu Orchestra. John Lee Hooker è campionato su "Midnight Sun”. John Cage su "Pollen Path". Sono un po’ sparsi qua e là.

JAM!: Che traccia della Mahavishnu hai usato su "I Surrender"?

D.S.: Oh per l’amor del cielo, no, non ricordo. 

JAM!: E di John Lee Hooker? 

D.S.: Quella di John Lee Hooker è un brano intitolato "I'm Wondering". 

JAM!: I brani "God Man" e "Pollen Path" sembrano giusti per radicali remixes. Hai mai pensato a dare il permesso a qualcun altro di reinterpretare i tuoi brani?

D.S.: Yeah, "God Man". Ci ho pensato per "God Man". Ho pensato che là dentro c’è talmente tanto, sai, che qualcuno potrebbe trarne conclusioni completamente differenti, se rimixasse la traccia. Così, si, mi piacerebbe farlo. Una persona, credo, sta già pensando di provarci. Credo che lo daremo ad un paio di persone per vedere qual è la risposta.

JAM!: Hai registrato molto materiale durante le sessions per "Dead Bees On A Cake" che non ha raggiunto il final cut, perché ho notato che c’è un gruppo di  B-sides pronti per la pubblicazione in Europa come singoli. (NOTA: i B-sides sono "Les Fleurs Du Mal", "Starred And Dreaming", "Whose Trip Is This?" e "Remembering Julia".) 

D.S.: No, I pezzi sul lato B del primo singolo sono tratti da sessions che io ed Ingrid facemmo insieme a casa, prima dell’inizio di questo album. Sono dei demo, in realtà, ma poiché non riuscivamo mai a proseguirli… intendo dire che, se tornassimo insieme in studio, cominceremmo a scrivere materiale nuovo perché sarebbe preferibile così, forse per noi questo è oltre la data di scadenza. Ci lavorammo molti anni fa, forse cinque, prima che la nostra prima figlia fosse nata. Abbiamo scritto e registrato questo materiale fino alla notte in cui lei è nata, di fatto, e poi è stato accantonato perché eravamo totalmente immersi in quell’esperienza. Però volevo pubblicarlo, perché penso che mostri una sorta di progettazione delle possibilità future.

JAM!: Perciò non stavate lavorando ad un progetto insieme? 

D.S.: No, stavamo semplicemente scrivendo insieme per vedere che possibilità ci fossero, sai, le possibilità sembravano piuttosto ampie. È del tipo “Che dovremmo fare?” e avevamo buttato giù qualche idea per vedere dove ci portava e cosa ci avrebbe stimolato. Così quel materiale sul lato B del singolo è piuttosto vario, ma sai, sono piuttosto differenti l’uno dall’altro e c’erano più pezzi che avremmo voluto fare. È una di quelle collaborazioni che sta continuando. Davvero volevamo continuare a lavorare insieme e sembra ci siano enormi possibilità in quel rapporto musicale. Andrà avanti. Per rispondere alla domanda, c’erano altri pezzi registrati in quelle sessions, si, che non sono stati terminati. Sono sicuro che vedranno la luce del giorno, prima o poi.

JAM!: Esiste una reale Julia in "Remembering Julia"? 

D.S.: Julia è un riferimento a Ingrid stessa. 

JAM!: Girerai un video per "I Surrender"? 

D.S.: Mi piacerebbe molto ma un’altra faccenda è persuadere Virgin a farlo

JAM!: E suppongo ci sia l’inevitabile questione del tour. È interessante provare ad immaginare come eseguirai questi brani dal vivo

D.S.: Mi piacerebbe molto andare in tour ma non sarà a breve termine. Credo o più tardi quest’anno o forse in questo periodo dell’anno prossimo, o forse anche più tardi. Mi piacerebbe molto portare in tour questo materiale, ma ho delle faccende immediate che mi impediscono di farlo.

JAM!: Il titolo di "Thalheim" (da Dead Bees On A Cake) – cosa significa la parola? 

D.S.: Significa “piccolo villaggio”. È un posto in Germania. È un posto dove un’altra santa Indiana risiede, il suo nome è Madre Mira. La canzone documenta la mia esperienza con quell’insegnante, ma documenta anche la mia esperienza con mia moglie, così non sono in grado di separarle nel brano. Sono come fuse in una, perché le ho vissute con Ingrid ed ho vissuto Madre Mira con Ingrid. Credo di aver provato, nell’album, a non essere troppo dogmatico riguardo a ciò che mi porta a certe conclusioni e mi porta a scrivere di certe esperienze. Come ho sempre fatto, ho tentato di lasciare i pezzi piuttosto aperti all’interpretazione. Alcuni brani sono direttamente inerenti al mio rapporto con alcuni maestri e possono essere interpretati come una relazione uno-a-uno, o una relazione personale, così da permettere alle persone di mettersi in comunicazione con il lavoro.

JAM!: Tra il lavoro con Robert Fripp e la fine di "Dead Bees On A Cake", sei apparso come ospite sulla musica di qualcun altro, che noi non abbiamo sentito? 

D.S.: Ummmm, per me è difficile tracciare la sequenza degli eventi. Ho contribuito ad un paio di registrazioni italiane("Marco Polo I & II") ed all’album di Russel Mills. Quello è uscito con una piccola etichetta inglese, Time, che è andata in bancarotta. Questo è una vergogna perché, nel breve periodo in cui è stata attiva, ha realizzato registrazioni molto interessanti, e quella di Russell è una di queste. Penso sia tutto. Non penso di aver partecipato a niente altro. (Nota: Sylvian è apparso anche su "Ti Ho Aspettato" ("I Have Waited For You") su L'Albero Pazzo di Andrea Chimenti. Grazie a Gerrit Hillebrand, un fan di Sylvian: The David Sylvian Rarities Archive, per questa informazione.) 

JAM!: Per essere uno non particolarmente prolifico in termini di album, album, album, hai una discografia piuttosto estesa, se ci mettiamo a documentare tutte le cose che hai fatto. Hai altri progetti per qualche altro lavoro, a parte l’album e il parlare dell’album, nel futuro prossimo?

D.S.: Si, sto lavorando su nuovo materiale che mi è stato appena spedito da un artista di L.A. non farò il suo nome perché non abbiamo steso tutti i dettagli, così potrebbe anche non andare. Forse lavorerò sull’ultimo progetto di Russel Mills. Russel ha un interessante approccio al fare musica perché non è proprio un musicista lui stesso, ma CONOSCE un sacco di musicisti. Lui è il tipo che chiama e dice “Mandami qualche sample”. Così tutti questi meravigliosi musicisti di tutto il mondo gli mandano samples e lui li mette insieme in studio con un paio di altri musicisti talentuosi ed esce con questi album piuttosto interessanti ed eclettici. Così potrei contribuire. Oltre al fatto che sto lavorando ad una compilation per la Virgin, per cui mi stanno tampinando da quattro anni. Non vedo l’ora di metterci le mani, in questo momento, prima di continuare con nuovo materiale.

JAM!: Una compilation del solo lavoro solista o anche delle collaborazioni? 

D.S.: Solo e di collaborazione. 

JAM!: Post-Japan allora? 

D.S.: Post Japan. Sto provando a riunire tutti i pezzi sciolti, sai, per avere un’immagine d’insieme di ciò che è stato fatto, ed includerebbe parte del lavoro di collaborazione, che è relativamente scarso, sai, qualcosa che è difficile da ottenere, oltre al lavoro solista e le collaborazioni più note in cui sono stato coinvolto.

JAM!: Ci sarà materiale inedito? 

D.S.: Si, sicuramente. 

JAM!: Una specie di scatolone delle stravaganze, quel genere di progetto? 

D.S.: Spero di no, no. Sono piuttosto stanco di quelli. Ho cominciato a farli quei cofanetti, con bellissime confezioni, e non riesco più a liberarmene, sai sembra che la Virgin pensi “beh, se Sylvian realizza un album è meglio che lo confezioniamo proprio carino”. Non possiamo semplicemente farlo uscire come un normale CD, per l’amor del cielo? Così, no, spero che sia una normale uscita, semplicemente una visione d’insieme.

JAM!: Potrebbe uscire più avanti quest’anno? 

D.S.: Probabilmente uscirà di questo periodo il prossimo anno, e potrebbe probabilmente coincidere con il tour, se in effetti si riesce. Sarebbe fantastico farlo coincidere con l’uscita della compilation.

JAM!: Non sembri tanto entusiasta dell’impresa. 

D.S.: Di fare il tour? 

JAM!: No, di mettere insieme la compilation. 

D.S.: (Ride) No, ci sono degli aspetti per cui non vedo l’ora. Reinterpreterò dei pezzi del passato. Allora c’erano dei pezzi davvero forti che non sono stati inclusi nell’album per restrizioni di budget o per altri motivi, ostacoli che ho incontrato negli anni. C’era del bellissimo materiale che non aveva mai visto la luce del giorno ed io spero di includere un certo numero di quei pezzi nell’album. Come vedi C’E’ una ragione, per me, di sentirmi entusiasta per completare il progetto.

JAM!: Puoi parlarci un po’ di questi pezzi? Sono pezzi specifici con titoli eccetera, che furono registrati e scartati all’ultimo minuto?

D.S.: C’è un pezzo che si intitola Ride dalla session di Beehive, che era il pezzo centrale dell’album. Intendo dire che dava senso a tutto l’insieme, per me. Non l’ho mai completato per ragioni di budget, lo sai che ero a corto di soldi, la Virgin non voleva metterne di più e così l’album fu incartato così com’era. Ci sono due brani tratte da quella serie di registrazioni, Riot, di gran lunga la più importante; c’è una versione originale di Damage che Robert ed io registrammo insieme e che non vide luce, che è anche molto bella. In alcuni casi le tracce dei brani sono finite, in altri casi ciò di cui abbisognano è una voce e poi sono pronti. Ci sono cose molto carine nelle cantine della Virgin, che stanno aspettando di essere scoperte. Davvero mi piacerebbe tirarle fuori.

JAM!: Quale fu l’altro brano di "Beehive" che non fu fatto? 

D.S.: Era un pezzo chiamato Promise. (Nota: Il brano, sottotitolato "The Cult Of Eurydice", è incluso in una recente riedizione giapponese). Quello adesso è completo, finito, così dipende da come posso inserirlo nell’album. Ci sono altri pezzi. Ce n’è uno che ho registrato con una coppia di artisti italiani (Nicola Alesini e Pier Luigi Andreoni), intitolato "The Golden Way". Penso sia un bellissimo pezzo su cui amerei rimettere le mani e rimixarlo e metterlo sull’album. Insomma, ci sono tutte queste composizioni disparate che giacciono qui e là e mi piacerebbe tirarle fuori e metterle insieme per questo album. Aiuterebbe a creare una visione d’insieme più completa di quanto ho fatto da quando i Japan si sciolsero.

JAM!: Sei tentato dal tornare a "Beehive" ed includere almeno la traccia che non è stata inclusa la prima volta?

D.S: Sai, mi piacerebbe farlo. Se riuscissi a riavere tutto il materiale, in futuro mi piacerebbe realizzarlo di nuovo, nella forma che io intendevo.

JAM!: Sarebbe affascinante per quelli come noi, così abituati a sentirlo in quel modo che mai avremmo pensato che il pezzo centrale era mancante. Bene, grazie per il tuo tempo, David, e speriamo di vederti in questa parte del mondo in un futuro non troppo distante.

D.S.: è stato un piacere parlare con te, John