[1994 - BSide] The universal metaphors of enigmatic Sylvian di Jamie Kemsey (traduzione)

Traduzione in italiano a cura di Cristiana. 
Leggi la versione inglese.

La sua cavalcata fu una parata intensamente colorata di rosso, arancio e giallo. Sopra, un fumo più scuro della notte incombe pesante nel cielo senza nuvole. Era lontano almeno un miglio, ma io colsi il vago profumo della morte. Qualcosa di molto vecchio stava morendo e, come sempre in queste situazioni, osservai con fascino malsano, appollaiato sul mio divano, nel salotto del mio appartamento al terzo piano di un edificio logorato dal tempo. Il fuoco arrivò a getto, raggiungendo il cielo in improvvise esplosioni di libertà, per poi rapidamente scomparire.

Questa volta fu diverso, sebbene fossi sconfortato ed esilarato allo stesso tempo. Un’antica chiesa stava bruciando, ma dietro di me una canzone stava costruendo: “Gonna take a course of action/to restore my sight/'til the heart of motivation/is filled with a golden light”. Era mezzanotte, la sera prima, e mi stavo preparando ad intervistare lo sciamano stesso, David Sylvian. La sua nuova collaborazione con lo stregone della chitarra Robert Fripp, The First Day, stava vagabondando liberamente per la stanza. Il precedente, etereo lavoro di David sarebbe stato la perfetta colonna sonora per questo spettacolo, oscuro e privato, pensai, ma questo proprio non calza. Suscitò domande, ma quasi metodicamente diede il via alle danze, cantando ritmiche celebrazioni dell’essere. Come la fiamma cominciò a impallidire, The First Day cominciò a fiorire, muovendosi in territori sconosciuti per i due saggi della musica sperimentale, un altro momento profondo e strano nel mio complesso, profondamente personale, percorso di viaggio con la musica di David, scoperto un decennio fa, subito dopo la rottura della prima band seria, i Japan.

I Japan nacquero che David era ancora un adolescente, durante la morte della prima onda punk nei tardi anni ’70, in Inghilterra. Invece di garantire oscurità modellando se stessi come nuovi Pistols o Damned, scelsero il metallico, modaiolo glam rock della metà degli anni ’70 di Bowie e Bolan. Ci restarono per un paio d’anni e poi la band, improvvisamente, cambiò il suo corso ed incominciò ad includere ritmi e look orientali. Quando la new wave adottò le pettinature impeccabili ed il rossetto, furono malamente lanciati nel calderone insieme a bands come The Human League e Ultravox. Quando il genere era allo zenith, nel 1983, loro si separarono, proprio quando ce l’avevano fatta e stavano prendendone le distanze. 

David si mantenne occupato e realizzò il suo primo album solista Brilliant Trees nel 1984. Un salto gigantesco sia dal punto di vista dei testi che strumentale, il trascendente Trees segnò l’arrivo di un musicista davvero dotato, separandolo ora e per sempre dalla frivola massa di artisti del tempo. Lavorò con Robert per la prima volta nel 1985, nel doppio LP Gone To Earth, metà strumentale e metà vocale. Da quegli anni in poi, David ha coerentemente sfidato la testarda dipendenza del rock dallo standard dei tre minuti di chitarra, basso e batteria con un lavoro di quieta intensità spirituale. Dai racconti di risvegli in mattine nebbiose su Secrets Of The Beehive, disco classico dell’87, ai suoi inquietanti brani strumentali con Holger Czukay, David non manca mai di scavare abbastanza per afferrare le domande della vita che tutti dobbiamo affrontare e le emozioni che ne derivano. Il suo lavoro è la testimonianza personale di un’infinita ricerca di risposte.

Il nuovo decennio segnò il poco plausibile ritorno dei Japan per un progetto in studio, Rain Tree Crow. Sorsero problemi tra loro durante le registrazioni ma il disco ottenne recensioni eccellenti alla sua uscita, nel 1991. Sebbene non abbia venduto quanto ci si aspettava, può essere considerato uno dei migliori lavori di David. Circa allo stesso tempo, David incontrò a Minneapolis la diva soul/pop Ingrid Chavez. I due si sono sposati recentemente ed hanno comprato un casa in “un grazioso, quieto quartiere” della città. Sono anche diventati genitori di una bella bambina, nata alla fine di settembre.

The First Day è il primo progetto di David da RTC. Sebbene ogni brano sia segnato dal suo marchio, le chitarre di Robert hanno egual peso: crea un ricco paesaggio intessuto di sogni e diversioni, con una bravura che non è mai troppo appariscente o tecnicamente fuorviante. Per dirla semplicemente, The First Day è una tregua benvenuta: un disco rock che richiede una mente aperta, un cuore non schermato ed uno spirito vagabondo (disastri raccomandati ma non indispensabili) per essere pienamente apprezzato. Giusto un’ora dopo che l’incendio alla chiesa è stato domato, in un pomeriggio insolitamente appiccicoso di tarda estate, vicino alla Chinatown di San Francisco, ho parlato con  David su The First Day, sul suo rapporto con Robert e degli alti e bassi della sua brillante carriera.

BSide: Come è nato il nuovo progetto con Robert? So che hai già lavorato con lui. Decidesti allora di voler fare, in futuro, altre cose insieme?

D.S.: "Ne parlammo brevemente. A tutti e due era piaciuto lavorare insieme, nel 1985. Parlavamo di formare una band, allora. Suppongo l’avessi in mente, con il possibile lavoro che alla fine emergeva da RTC, e anche lui l’aveva ancora in mente. Drizzammo le antenne; “saresti ancora interessato o no?” Restammo in contatto negli anni seguenti ma l’opportunità di lavorare insieme di nuovo si presentò alla fine del ’91, quando lui cominciò a chiamarmi, con molti progetti da propormi, uno dei quali erano i nuovi King Crimson. Valutammo per un po’ quell’idea ma alla fine decisi che non andava bene per me, così pensammo alla collaborazione”

BSide: Ho ascoltato il nuovo disco un paio di volte in questo weekend e sembra essere un pochino più orientato sul rock and roll, rispetto ai lavori che hai fatto. Non è ambient né sperimentale. È per via dell’influenza di Robert o è una direzione che avevi voglia di tentare di nuovo?

D.S.: " È un’area che entrambi volevamo coprire. È più naturale per Robert lavorare con una vena rock. Prima che Robert mi chiamasse nel 91, stavo pensando di fare musica più rock, perché il genere con cui volevo confrontarmi era di natura più frustrante. Avevo bisogno di essere riportato ad una forma musicale più dinamica. Ci abbiamo provato un pochino con RTC ma l’indole dei musicisti della band non era adatta. Quando provammo ad affrontare quel genere, suonava falso e disagevole. Ma… a quel tempo volevamo tutti fare un album più dinamico. Così, quando Robert telefonò, trovai la mia opportunità.."

BSide: Di recente ho visto il video di  'Jean the Birdman.' Come ti senti nel fare video? Sembra che tu non ti ci senta a tuo agio, come se tu preferissi essere sepolto in studio, da qualche altra parte.

D.S.: " Girare video non mi fa impazzire ma ne capisco la necessità per il business. In alcuni dei miei video ho anche partecipato attivamente. Qui c’era un problema però: il budget. Virgin non vuole spendere troppo denaro per un video di David Sylvian, così ho a disposizione un numero limitato di registi. Ho lavorato con Anton Corbijn, prima che si occupasse dei U2. Abbiamo fatto degli strani videos, più simili alla visione di Anton che alla mia, ma li rispetto. Ho lavorato con altri artisti, correndo un rischio, ma mi sono sentito poco in sintonia con i risultati. Penso che si possa dire che 'Jean the Birdman' è inoffensivo. Rispetto il ragazzo che ha fatto 'Jean the Birdman,' aveva davvero un misero budget con cui lavorare ed ha prodotto comunque qualcosa di visivamente divertente. Però io ho dei problemi con le interpretazioni visuali dei miei testi, o del mio lavoro in generale. Per me, è completo. Non sono come un Gabriel or un Byrne, che vedono il video come un’opportunità per espanderlo. Non ha bisogno di espandersi ulteriormente, è ciò che è.."

BSide: La penso così anch’io. Alcune delle tue canzoni sono la mia idea di perfezione, ciò che una canzone dovrebbe essere e non c’è bisogno di aggiungere niente. Da dove arriva la tua ispirazione? Viene da dentro, dalla tua vita? Esperienze effettive?

D.S.: " Qualche volta sono soltanto storie e metafore per tentare di comunicare un certo stato della mente o un’esperienza emotiva o spirituale. Si ha a che fare con l’astratto ed è difficile renderlo concreto, così io uso metafore in cui la risposta sarà, in genere, universale. Lo stesso è con… se tratto un certo contesto, in un secondo momento penso a come le persone potranno rispondere a quelle immagini, e quindi sarò in grado di evocare un certo tipo di esperienza, o stato d’animo o emozione. Questo per me è molto importante.

" Qualche volta i pezzi sono autobiografici. L’intero album [Rain Tree Crow] è così strettamente legato alla morte ed all’idea di rinascita, che è davvero una specie di lamentazione, in un certo senso. Qualcosa è finito, è c’è una vaga promessa, in alcuni dei pezzi, che ci sarà una rinascita. Per me l’album era un finale, per certi versi. Non mi resi conto di quanto fosse vero, al tempo in cui ci lavorai. Avevo una relazione personale che era durata per 10 anni. Alcuni rapporti sono loro stessi brutti ricordi. Tutte quelle situazioni giunsero al termine, più o meno pochi mesi dopo che l’album fu completato. Stavo digitando i testi giusto l’altro giorno e sono rimasto sorpreso da quanto fossero collegati al senso di morte."

BSide: Secondo me, Rain Tree Crow sembra più un album di David Sylvian che una collaborazione, o un album dei Japan. Quale fu il contributo degli altri?

D.S.: " Io ho scritto tutti i testi e ho strutturato la maggior parte delle canzone. Trovo che l’album sia giustificato dai pezzi strumentali, che sono quelli dove davvero abbiamo lavorato insieme, e tutti, chi più chi meno, abbiamo contribuito su quei pezzi. E questo, per me, ha giustificato l’intera esperienza. Ognuno di noi ha lavorato sodo. Penso di aver lavorato molto più su questo album, per dargli una forma, che su qualunque altro. Davvero non posso sminuire il lavoro che gli altri hanno svolto, tutti loro hanno dato belle performances. Forse le migliori, su disco, che abbiano mai dato."

BSide: Lo rifaresti?

D.S.: " É difficile dirlo (gran sorriso). Ho amato quell’esperienza, davvero. È diventata un po’ frustrante verso la fine. C’era sempre qualcuno che non era convinto su un pezzo particolare, e pertanto dovevo costantemente spiegare il pezzo, così che potessero capirlo e sentirlo proprio, cosa molto importante per me. C’era sempre qualcuno che era scontento con questo o quel pezzo. Era una specie di divertimento. Non era una faccenda seria ma, verso la fine dell’album, un po’ era fastidiosa ma è una cosa banale di cui parlare. Il problema principale nasceva dai valori in cui credevamo, che ci guidavano nella vita.

" Ho trascorso alcuni mesi con la band prima di lavorare con loro, provando a comprendere cosa ne pensavano del lavoro. Parlai con loro per un bel po’ su come io lo sentivo. Pensavo di aver fatto chiarezza, e pensavo fossimo arrivati ad essere d’accordo sul valore del lavoro e su come doveva essere presentato al pubblico e su come non avrebbe dovuto essere compromesso. In uno stadio più avanzato, quando finimmo i soldi, Virgin fece pressioni affinché venisse realizzato come un album dei Japan, e la band pensò di accettare. Il contratto prevedeva che nessuno potesse usare il nome Japan, così ero al sicuro. Non avevo niente di cui preoccuparmi, a parte il fatto che mi sentivo in qualche modo tradito. Ne discutemmo mille volte, cercando di trovare una soluzione al problema, ma loro non erano disposti a tirar fuori soldi per finire l’album e Virgin non era disposta a venirci incontro, a meno che non fosse a nome Japan. Così, dovetti pagare io. Presi i nastri e missai gli ultimi pezzi e loro, di conseguenza, si sentirono traditi. Erano soddisfatti dai missaggi ma, poiché li avevo presi e finiti da solo, si sentirono traditi.  Entrambi ne uscimmo sentendo che era un modo molto triste di finire un progetto che era stato fatto con tanta allegria."

BSide: In origine lo volevi chiamare Japan?

D.S.: " No. c’erano due punti su cui non ero flessibile. Uno era il metodo di composizione, che era basato sull’improvvisazione, e l’altro che non dovevamo lavorare sotto il nome Japan. E questo era contrattuale, non per proteggermi dalla band ma per proteggermi dalla compagnia discografica. Fu una situazione spiacevole per me, dopo aver fatto ciò che pensavo fosse un buon album e dopo tutto l’amore e l’entusiasmo che ci avevamo messo per farlo. Speravo che questo schifo non venisse a galla. Rimasi sorpreso quando comparve sulla stampa, perché pensavo pesasse sull’album. Forse la gente, dopo aver sentito quelle storie, non sarebbe stata più interessata ad ascoltarlo. Tipo “Beh, le cose sono andate così male, perché dovremmo disturbarci ad ascoltare questo album?"

BSide: Pensi sia importante per te farti conoscere negli States, in maniera che più persone ascoltino il tuo lavoro? (abbiamo discusso i vari stadi di questo contratto a lungo termine con la Virgin e su come questo decennio, ed in più il rapporto con l’etichetta, abbiano spesso pesato sui suoi dischi, essendo perduto da questo lato dell’Atlantico)

D.S.: " Penso sia importante raggiungere un pubblico il più vasto possibile, perchè la cosa importante è comunicare. Sebbene senza compromessi. Senza coinvolgermi in attività che mi mettono profondamente a disagio. Faccio quanto posso per promuoverlo ma mi aspetto che la compagnia si dia dannatamente da fare se decide di realizzarlo. Voglio qualcuno che se ne occupi. Penso ci siano persone in Virgin che sono interessate. Adesso sto tentando di costruire un rapporto con questa gente, vedremo se va. "

BSide: Che faresti se facessi un hit? Non sei mai stato un artista che ha venduto un enorme numero di copie. Per me questo è un bene, perché è come se io avessi il mio piccolo segreto. Per i fan è divertente, perché è quasi come avere un artista tutto per sé. Mi sembrerebbe strano se un disco di David Sylvian, qui negli US, vendesse un milione di copie. Ti sentiresti bene se raggiungessi così tanta gente?

D.S.: " Si, perché non avrei ostacolato in nessun modo il raggiungimento di  quel livello di successo. Avrebbe fatto tutto da solo. Non cambierebbe il mio approccio al lavoro. Continuerei con quello che sto facendo adesso ma con più supporto finanziario, che è importante. Ho provato a proporre molti progetti ma non si sono realizzati perché la compagnia non è interessata ad investire denaro su di me. Il supporto finanziario sarebbe benvenuto ma non cambierebbe niente.

" Il mio lavoro ha una natura molto intima. Se ci fosse la mia immagine attaccata dappertutto, o il mio nome o quello che vuoi, si toglierebbe un po’ della qualità personale che la maggior parte del mio pubblico, credo, avverte nel mio lavoro, cosa che apprezzo molto; non voglio perdere questo, in ogni caso."

BSide:  Ti sei sposato di recente. Ha influito sul lavoro, sia l’innamorarti che affrontare il matrimonio?

D.S.: “Le relazioni personali hanno per forza un effetto sulla vita e sul lavoro. Il fatto che sia sposato indica un cambiamento enorme. Il fatto che stia per diventare padre indica un enorme cambiamento nella mia capacità di condividere la mia vita e dare. Sono stato sempre così avvolto nelle mie esperienze, nel mio lavoro che ogni cosa, nella mia vita, era diretta verso il lavoro ed il mio sviluppo personale. Psicologicamente, spiritualmente… e credo di aver raggiunto uno stadio dove, avendo affrontato esperienze piuttosto negative dall’88 al 90, ho cominciato a riemergere, a realizzare che avevo lasciato molte cose indietro, in termini di rapporti. Cominciai a capire che avevo una forza molto più grande, costruita appunto in quel periodo, che non si concretizzò fino a che non scoprii altre cose. Incontrare Ingrid fu molto importante per me e, sempre in quel periodo, cominciai a lavorare con Robert. La sua presenza nella mia vita è stata davvero importante.”

BSide: Sembra esserci un aspetto celebrativo nel nuovo disco. Una gran parte di esso ha un tempo più veloce, rispetto al lavoro precedente.

D.S.: “Entrambi stavamo uscendo da periodi di prove, di difficoltà. Le mie avevano a che fare con la mia vita personale, quelle di Robert con il lavoro. Quando andammo in studio, avevamo molte bellissime ballate, bei pezzi tranquilli. C’era una sorta di enfasi verso il materiale più dinamico, quello più aggressivo, principalmente da parte mia. Volevo cimentarmi con questo. Mentre facevamo l’album, eravamo distratti, avevamo un sacco di cose da mettere a posto. Una volta completato, mi resi conto che l’album era molto incoraggiante. Se ci fai caso, alla fine scopri che l’esperienza è di incoraggiamento, di miglioramento.

Però io mi stavo confrontando con alcuni stati mentali piuttosto negativi. 'Firepower' descrive qualcuno che ha un approccio alla vita da sopravvissuto, che si scontra continuamente contro ostacoli che rimangono ostacoli e non opportunità, ed è quindi sconfitto dalla vita. 'Jean the Birdman' è sullo stesso tema ma è più ironica, perché tratta un personaggio che ne esce fuori, pur vivendo con un atteggiamento simile. Ma… come l’album procede, un po’ di speranza si fa strada nei pezzi fino ad arrivare, come dici tu, ad una sensazione di celebrazione. 'Darshan' è molto incoraggiante”

BSide: Il tuo lavoro è talmente originale che per me è difficile risalire a delle influenze che potresti aver avuto. Mentre stavi crescendo, e quando cominciasti con i Japan, a chi ti ispiravi? So che hai cominciato quando eri ancora molto giovane.

D.S.: “Penso che le influenze fossero molto evidenti. Crescemmo nei primi anni 70 con il glam rock dei Roxy Music, Bowie, T. Rex. Mi piaceva. Fu mia sorella a portare per la prima volta musica in casa, lei ha tre anni più di me: ascoltava la Motown ed un sacco di soul music, ed anche quello ebbe la sua influenza. Verso la fine dei ’70, essendo un genere che si distaccava dal punk, cominciai ad ascoltare fusion, che ora non mi piace ma credo che debba aver avuto il suo peso.”

BSide: Sarebbe interessante sapere come un’influenza come quella si sia canalizzata nel lavoro che fai ora o in quello solista degli anni 80, perché sembra molto lontano da ciò che fai ora. Come ci sei arrivato fino a qui?

D.S.: “é stato un lungo viaggio, no? Mi ci è voluto molto tempo per capire quale fosse il valore della musica e cosa poteva fare. All’inizio amavo la musica, e volevo semplicemente suonarla. Sebbene fosse piacevole, era anche l’unica porta aperta all’orizzonte per poter uscire da quel posto, da quell’ambiente che non offriva altre opportunità. In un certo senso, divenne il mio mezzo di fuga. Direi che è stato un cattivo uso della musica.. e comunque si sono fatti errori enormi. L’ho fatto ma, se riguardo indietro al lavoro fatto come gruppo, non ci vedo me stesso, non mi riconosco.”

BSide: Stai parlando di quando cominciasti con i Japan?

D.S.: “Si. Facemmo tipo due album e poi eravamo indecisi se rompere o restare insieme e provarci di nuovo.”

BSide: Nei primi tempi, la band era conosciuta sia per il tuo senso della moda sia per la tua musica

D.S.: (Ride) "Senso della moda è un modo gentile di metterla!"

BSide: Senza dubbio non è un colpo ai Japan. Ancora mi piacciono le ultime cose. Sembrava che il look fosse davvero importante per la band. La gente mise erroneamente i Japan tra i “new romantic”, con band tipo Visage, Ultravox, Spandau Ballet. Credi che la musica dei Japan sia in grado di superare il test del tempo? Io credo di si, senza dubbio. Ci sono ancora molti fans dei Japan che continuano a trovare interessante e valida la musica della band. La maggior parte delle altre band sono scomparse, non le senti neanche più nominare, se non come ricordo di un periodo.

D.S: "Difficile dirlo. Non ho più ascoltato quel materiale in tutto questo tempo."

BSide: Perché ne sei troppo lontano adesso?

D.S.: “Si. Voglio dire, se mi guardo indietro posso dire, bene, abbiamo avuto un certo successo che supererà il test del tempo. Principalmente, ha a che fare con gli arrangiamenti, con le idee, con la produzione del suono. La maggior parte dei contenuti delle canzoni stesse sono forse gradevoli… non ne sono proprio sicuro. Ma fino alla rottura con i Japan, non avevo un punto di vista che fosse stabile. Era sempre in movimento, alla ricerca di qualcosa.

BSide: C’erano molti influssi dell’Estremo Oriente nella musica. Come mai?

D.S.: Suppongo perchè passavamo molto tempo là. Come band, eravamo poco inseriti. Non conoscevamo musicisti in UK ma, quando andammo in Giappone, incontrammo una cerchia con cui sentivamo molta affinità, la Yellow Magic Orchestra era tra le più famose. Vi trascorremmo molto tempo e ci divertiva lavorare là”.

C’erano dei lavori molto innovativi, in un certo senso,  e quindi potevano uscire. C’era anche, a dispetto del nostro stato piuttosto confuso, una certa onestà verso il lavoro. Noi eravamo ciò che apparivamo. Cioè, il modo in cui ci presentavamo era il nostro modo di essere all’epoca, anche se eravamo un po’ svitati”.

BSide: Cambiando argomento, vorrei chiederti della tua voce. È molto caratteristica. Preferiresti fare solo musica o ti piacerebbe fare lavori vocali e mettere la tua voce sui dischi?

D.S.: “Mi piace mettere la mia voce su disco. Non è sempre un processo facile ma penso sia importante. È un mezzo limitato ma sfrutta al massimo le sue limitazioni. Come dicevamo prima, il mio lavoro è molto intimo e c’è una certa intimità e fragilità nella mia voce, e trasmettono qualcosa.”

BSide: Sei il genere di artista a cui piace chiudersi a chiave in studio rivoltando il lavoro ed i suoni? Ho letto che Robert era un tipo molto spontaneo mentre tu preferisci elaborare di più.

D.S.: “Lavoro in modo più laborioso. Mi occupo dei dettagli. Robert viene dalla vecchia scuola. Esci e porti il materiale in tour, poi vai in studio e, più o meno, lo documenti. Per me lo studio è un ambiente completamente diverso. Non è certo lo stesso processo. Mi piace giocare con il materiale e mi piace prendermi il mio tempo.

Però nel corso degli anni mi sono davvero stancato degli ambienti di studio. Sono posti molto sterili. Ti senti come se avessi buttato gran parte della vita. In genere questi posti non hanno finestre, non sai che stagione c’è fuori. Usi l’aria condizionata tutto l’anno. Pensi “Dio, passo così tanto tempo in questi posti che davvero NON voglio più entrarci”. Ecco perché cerco sempre posti belli” (Una gran parte di The First Day fu registrata in uno dei suoi favoriti - Kingsway in New Orleans.)

BSide: Scrivi in studio o ti porti il lavoro già preparato?

D.S.: “Dipende dal progetto. Con Rain Tree Crow non c’era materiale pre-scritto o direzione musicale di qualche genere. Con Robert, circa 4 pezzi furono scritti in studio.”

BSide: E sugli spettacoli da vivo? So che non suoni spesso in America, perché avrei voluto vederti per tutta la vita e non ne ho mai avuto l’opportunità. Ti pace stare sul palco? Mi rendo conto che, per parte del tuo lavoro, è difficile rendere quel sentimento di intimità dal vivo, quando sei in una stanza con un migliaio di altre persone.

D.S.: " É un problema. Qui ho fatto un tour, ma fu disturbato da problemi tecnici. In generale, non mi piacevano i tour. Non mi è mai piaciuto farlo neanche con i Japan. Per un periodo, ho provato una crescente antipatia. C’era meno flessibilità nella musica. A quei tempi non c’erano computers, così usavamo backing tapes per compensare all’elettronica che usavamo nel disco. Perciò usavamo questi nastri e, se uno si fosse perso anche una battuta, l’intero pezzo sarebbe crollato. Era rigido ma era anche un grande suono. Dopo averci visto dal vivo, alcuni hanno detto che i Japan avevano il migliore suono dal vivo che avessero mai sentito. Era vero per il disco ma era quello il punto per un tour? Io non credo ma in quei giorni sembrava importante.”

BSide: Sembra che tu abbia fatto più tour in Europa e in Estremo Oriente che non negli States.

D.S.: “Per un po’ ho evitato gli States, non per i tour ma per la promozione. Venni qui un paio di volte, una volta quando fu realizzata la compilation dei Japan. Ero offeso dalla confezione e dal modo insensibile in cui i due album erano stati tagliati e rimessi insieme, e dal modo in cui ero stato venduto. Mi sentivo come il pezzo di una catena di montaggio”.

BSide: Preferiresti non dare interviste? Senti che la musica parla da sola?

D.S.: “No, lo farei… e ci sono varie ragioni. Una è che devo sedere qui e giustificare a te, o a chiunque mi ponga la domanda, perché ho fatto quel che ho fatto, perché penso sia importante l’averlo fatto: questo è interessante. Non è il genere di cosa a cui penso quando sto seduto a casa mia, tipo la ragione per cui ho fatto un disco. Qualche volta i collegamenti che trovi nel lavoro stesso si riferiscono a me stesso e magari non ne ero consapevole o qualsiasi altra cosa, e questo è affascinante. C’è un altro livello, ed è che non sono una persona socievole. Non incontro molte persone. Per esempio, stasera devo andare ad un qualche evento ed incontrare un gruppo di persone e così via. Questa è una disciplina per me, è una sfida. Dico sempre che il mondo non ha bisogno di un altro disco, così se stai per farne uno, è meglio che tu abbia una buona ragione per farlo”.

commenti

Re: [1994 - BSide] The universal metaphors ...

Ancor prima di leggere:
GRAZIE, Cristiana.
Stai facendo un lavoro meraviglioso.

Re: [1994 - BSide] The universal metaphors

Grazie, soprattutto per la fiducia! Sei molto incoraggiante

Re: [1994 - BSide] The universal metaphors of enigmatic Sylvian

Quoto Alex, Cristiana sta facendo un bellissimo lavoro.

Grazie.