Uno canta, depresso e lunatico, in una specie di mormorio criptico. L’altro dipinge con audaci pennellate di chitarra, seduto, con una postura impeccabilmente dritta, con virate espressionistiche di suoni e ritmi sincopati.Questo è Sylvian/Fripp, essendo David e Robert due dei più radicati nell’elite di gentiluomini del mondo del rock sperimentale inglese. Per favore, notate la barra: più che un segno di punteggiatura, definisce con precisione la natura sinergica della bestia. “Abbiamo giocato con i nomi della band”, dice Sylvian, con la sua tipica minimizzazione “ma siamo tornati a Sylvian/Fripp. È diretto” ride. “Sylvian/Fripp non è Sylvian e Fripp, è Sylvian/Fripp” insiste Fripp, più direttamente. “I Beatles non erano John, Paul, George e Ringo. Questo è l’esempio”.
E quando il duo arriva negli uffici di Virgin Records, a Los Angeles, per parlare del loro prima fatica ufficiale, The First Day, sono separati da una certa barra architettonica/spaziale. Vogliono essere intervistati separatamente, per timore che uno calpesti l’altro e violi il protocollo. C’è la questione che riguarda i diversi stili di conversazione: Sylvian parla sottovoce, riservato, parsimonioso; Fripp volteggia sempre su grandi idee, in modo articolato ed espansivo.
Ma gli opposti si attraggono. E l’attrazione degli opposti è esattamente il principio che permette a quest’album di entrarti così efficacemente sotto la pelle.
Sylvian, vestito con colori un po’ esuberanti, è rimpicciolito dal lunghissimo tavolo della sala di rappresentanza di Virgin Records, mentre tenta di andare al cuore del problema. “Trovo che il punto cruciale del mio rapporto con Robert stia in ciò che noi crediamo essere il ruolo della musica e la funzione del musicista”.
“Come caratteri, siamo molto diversi, e così pure sono diversi I nostri metodi di lavoro. Ma cerchiamo di essere flessibili. Per esempio, in studio, Robert è il tipo di musicista che vorrebbe mettere su nastro la prima ripresa, se possibile (forse, la seconda) mentre io sono più meticoloso. Tendo a lavorare molto più lentamente e ad esaminare tutte le mie possibilità e passarle al vaglio, e poi scegliere fra queste. Dobbiamo trovare un modo, per lavorare insieme in studio, che sia compatibile”.
Fripp che ha 47 anni ed è impegnato in moltissime attività, a volte si è guadagnato la reputazione di autocrate. Ma si permette di dissentire: “Il fatto che sia arrivato a trarre le mie conclusioni, basandomi sulla mia esperienza, non implica che sia dogmatico. Quando lavoro con gli altri, il risultato non è la posizione dell’una o dell’altra persona”.
Sylvian aggiunge un’osservazione più sottile sul risultato finale “Penso che ciò che abbiamo portato a termine sia una musica più dettagliata ma che, nello stesso tempo, ha queste esecuzioni molto ispirate e improvvisate. Erano fatte lì per lì”.
Eccoci: questa è musica rock, sia hard che soft, accuratamente messa a fuoco ma anche libera di vagare. Una felice via di mezzo tra molte modalità di musica pop e alternativa, non ha niente a che vedere con quello che siete abituati a sentire alla radio, in un giorno qualsiasi.
Le basi dell’attuale unione risalgono all’album di Sylvian, Gone To Earth, del 1986, che aveva Fripp fra i suoi ospiti. Quando a Sylvian fu offerto un tour in Giappone, nei primi del 1992, pensò che fosse il momento giusto per coinvolgere Fripp e gli chiese se volevano fare squadra, per cogliere l’opportunità. In circostanze scoraggianti, il duo – accompagnato dal bassista Trey Gunn, che aveva lavorato parecchio con Fripp – lavorò su abbozzi di materiale in tempi brevissimi.
Come spiega Sylvian: “Lo accennai (il tour) a Robert perché non avevo nessuna intenzione di farlo. Ma lui disse: “Beh, usiamolo come uno spunto per scrivere”. Così, prima di venire qui, abbiamo passato insieme due settimane, cioè una settimana per scrivere i pezzi ed una settimana per provarli. Ci ha tenuti in tiro”.
Perché una scadenza così crudele ed autoimposta?
“Gli piace essere un pochino sotto pressione, perché crede che aiuti a concentrarsi. Devi esserci. Devi essere presente. Fu l’esperienza live più divertente che abbia avuto” dice Sylvian, che non è mai stato un avido guerriero da strada. Il suo unico tour è stato nel 1988.
“Poiché il lavoro era flessibile, succedeva qualcosa di nuovo ogni sera” continua. “Io sentivo che l’intensità della concentrazione di Robert era per me una lezione sulle esecuzioni dal vivo. Dal vivo, mi distraevo facilmente, in studio sono molto più ossessivo, ma le performance dal vivo sono sempre state un problema, per me. Robert era totalmente là, dal momento in cui entrava in scena. Questo diede, in generale, una particolare intensità allo spettacolo”.
Il passo successivo nella saga di questa evoluzione musicale, fu un tour in Italia, come dice Fripp, sorridendo. “Il cibo in Italia è sempre buono. Gli affari sono sempre un problema ed il cibo è sempre buono”. Poi si passò a registrare, il che avvenne a Woodstock, nel leggendario studio King's Way a New Orleans. In generale, ciò che The First Day rappresenta delle due parti è una sorta di programma di rientro per entrambi. Per Fripp, l’album annuncia chiaramente il suo ritorno a ciò che è solito chiamare “la vita di un musicista che lavora”, dopo sette anni passati a tenere si suoi seminari su Guitarcrafts. Poi passò un anno a cercare di districarsi da un scialbo rapporto di lavoro, di lunga data, con la sua compagnia. La battaglia legale con EG continua.
Fripp, naturalmente, è l’uomo che sta dietro alle molte incarnazioni degli ultimi vent’anni dei King Crimson – incluso il gruppo che verrà presto svelato, con il chitarrista Jerry Marotta, che suona anche nel progetto Sylvian/Fripp. Il punto di vista di Fripp: “Secondo me i Crimson attuali sono più rock, più grunge e solo apparentemente più semplici dei vecchi King Crimson."
In più, ha lavorato su alcuni progetti di collaborazione con il suo vecchio amico Brian Eno, facendo musica con The Grid and The Orb – due giovani band inglesi di techno-tonic – e portando in tour, in maniera irregolare, l’entità chiamata Robert Fripp String Quintet. Ma il business ha ostacolato la sua seconda, o terza, infanzia nel mondo dello spettacolo.
Dopo aver dipinto un quadro piuttosto brutto della sua vita nelle trincee dell’industria musicale, nei trascorsi due anni, Fripp – che siede vicino a me per una lunga, sconnessa intervista – si ritira in un caratteristico stoicismo. Lui: “Se uno è, diciamo, globalmente impegnato come musicista che lavora, questo fa parte della sua responsabilità. Se suonassi bar mitzvahs a Bournemouth, non succederebbe”.
Così la gente di quel circuito ha un rapporto più consistente con la musica, perchè non deve confrontarsi con i fattori scivolosi del mondo della musica? “Si, ma potrebbero stancarsi di suonare 'Hava Nagila.', io l’ho fatto”. Ed è sopravvissuto. “Non sono sicuro di riuscire a risolvere, ma la mia danza si svolge in una differente sala da ballo”.
“Sono stato molto fortunato che la musica, sotto forma di David Sylvian ed io, sia arrivata e mi abbia portato fuori da questo pessimo periodo di morte ed oscurità, e mi abbia riportato un po’ di luce. E la luce sta aumentando”.
Gli ostacoli, per Sylvian, erano meno dovuti ai contenziosi ma più liturgici. “Gli scorsi quattro o cinque anni sono stati molto intensi per me, ed ho attraversato un periodo molto negativo, che mi ha colto di sorpresa” spiega. “Non mi aspettavo che succedesse. Stavo scivolando in una crisi spirituale e mentale. Quando mi ci ritrovai in mezzo, non mi sentivo di avere i mezzi per poterne scrivere. Infatti, scrivere era l’ultima cosa che volevo fare, comunque. Non era qualcosa a cui ero preparato”.
“Perciò mi forzai a fare lavori di collaborazione, così sarei stato obbligato a tirar fuori del materiale. Speravo che, esaminando ciò che avevo scritto, sarei stato in grado di capire cosa mi stava succedendo. Questo, in passato, è successo parecchie volte”.
“Questo progetto mi offrì questa possibilità, perché volevo farmi coinvolgere da qualcosa che fosse più serio, musicalmente, più aggressivo e di confronto. Questo era necessario per il genere di cose che volevo esprimere”.
“La mia vita era ad un punto di cambiamento. Anche fisicamente, mi stavo spostando, dall’Inghilterra agli USA (Minneapolis) e stavo per sposarmi (alla cantante Ingrid Chavez) e via così. Ci furono grandi cambiamenti nel ‘92”.
Mentre alcuni dei precedenti album di Sylvian tendono a protendersi verso l’etereo e l’ atmosfera, l’incursione sonora della maggior parte di The First Day ti arriva dritta in faccia e ti scuote per le spalle. Questo era ciò che il sognante Sylvian cercava. “Di certo sentivo di voler fare un album molto più dinamico del mio lavoro precedente, un po’ più aggressivo, per via del contenuto dei testi che volevo piazzarci”.
Uno degli aspetti ben strani dell’album è il modo in cui la voce di Sylvian è infilata e ripiegata nell’insieme generale della sonorità, piuttosto che cavalcare in testa alla band, nel modo standard della pop music. Dice Sylvian “Mi sentivo molto a mio agio in questo lavoro, perché eravamo sullo stesso piano. Entrambi portiamo il peso del progetto, non c’è uno che conduce l’altro”.
Mentre le parole dei testi vanno, l’approccio di Sylvian è più obliquo che dichiarativo. “Quando ero più giovane e lavoravo con i Japan, lavoravo ai testi in maniera più laboriosa e ne ero meno soddisfatto. Ma da quando la band si è sciolta, i miei valori sono radicalmente cambiati ed io sono diventato molto più centrato. Il lavoro è diventato molto più facile. Non mi costringo a scrivere testi, vengono naturali”.
Mentre i testi di Sylvian resistono a specifiche interpretazioni, la tematica generale è “destreggiarsi con le frustrazioni della vita urbana come è adesso ed i valori che ci vengono imposti. Trattano di questa lotta, la mentalità della sopravvivenza – come cavarsela e come starci dentro. Molto testi trattano questo, qualche volta in modo umoristico, qualche volta più seriamente.”
“In maniera crescente, man mano che l’album va avanti, arriva più speranza. C’è una via d’uscita. In 'Brightness,', il verso ‘vivere nella luce’; ‘Cercando la casa dell’amore’ in '20th Century Dreaming' è il rifiutare tutti i valori imposti. Quando ci addentriamo in 'Darshan,' stiamo parlando di iniziazione spirituale. 'Bringing Down the Light' parla da sola. Si sta facendo un viaggio che parla di rivelazione, in un certo senso”.
La tela dell’album va dai gadget high tech di Fripp alla macabra voce distorta di Sylvian in "Firepower", un suono ottenuto quando il fonico/co-produttore David Bottrill passò la voce attraverso un economico amplificatore Radio Shack. “Quella scatolina fece molto comodo” nota Sylvian “molto più delle costose attrezzature in cui io e Robert avevamo investito”.
Energie sperimentali e strani ibridi musicali irresistibili, The First Day è un album pop, almeno nel senso ampio del termine. “Mi piace il mezzo del pop” asserisce Sylvian. “è un modo efficace di comunicare, che è sicuramente ciò che ogni musicista tenta di fare. Finché non si fanno compromessi, è ottimo. Mi piacciono i confini che il pop tende a tracciare”.
“Mi piace lavorare entro strutture semplici, come verso-ritornello-ponte. Se lavori con strutture molto definite come quelle, ti puoi permettere di togliere alcuni supporti, quei cartelli che dicono ‘Ecco il ritornello’. Tutti sanno che così si possono sovvertire gli arrangiamenti. Puoi togliere un sacco di cose, ed è ancora accessibile”.
“Questo è il motivo del successo di 'Ghosts', con i Japan. Fu realizzato come singolo in Inghilterra e salì nella Top 5. Se ascolto il brano adesso, sono ancora stupito che abbia funzionato così bene. È un po’ obliquo, come minimo, ma penso che i cartelli siano ancora lì”.
Un’improvvisa raffica di ironia soffia nell’album con la canzone "Darshan (The Road to Graceland)." Tra il prolungato delirio post-dance, Sylvian canta la frase buffa e oscura “inginocchiandomi sulla strada verso Graceland”. “E’ un verso ironico” dice ora “ma è anche molto sincero, ed ecco perché mi piace. Il concetto di Darshan implica un inginocchiarsi, un inchinarsi di fronte ad un potere molto più grande di noi. Nello stesso tempo, è un album rock. Perciò è un verso buffo”.
CIò che sentite su The First Day è un insieme reimpastato di regole del rock'n'roll. "20th Century Dreaming (Shaman's Song)" comincia come un rock da elettroshock, con un riff in 5/8 ed una specie di perversa variazione blues-rock. Dopo che è finita la forma ufficiale della canzone, però, la band continua a suonare, fondendosi ipnoticamente in una fluida frippertronic. La parte sognante dello show è cominciata.
“Vedi,” si avventura Fripp “la bellezza del linguaggio del rock è che era molto ristretto – essenzialmente blues. Per quanto mi riguarda, ho amato la potenza dei chitarristi rock. Ma il linguaggio non andava abbastanza lontano, era troppo restrittivo. Ho amato il feeling di Hendrix, Clapton, Chuck Berry, Scotty Moore, Jerry Lee Lewis, Little Richard e, dall’altra parte, i quartetti di chitarre di Bartok, il 'Rite of Spring' – che era una tela più ampia”.
“Perciò, come attingere a questi due elementi, riscaldati dalla risonanza del cuore? In poche parole, è stato l’interesse della mia vita di musicista. Come può combaciare la potenza e la direzione di un’esperienza con la sofisticazione di questo e l’essere diretto di quello?”. C’è la domanda che prega per la risposta in The First Day.
Qualunque sia la nobile valutazione che si è depositata in grembo al cerebrale ma elementale Fripp, lui è un chitarrista con un avanzato caso di auto-analisi. Ha sempre cercato, in un modo o nell’altro, di sorprendersi, di far risorgere l’arte dalle ceneri.
“Nel gennaio del ‘93” dice Fripp “cominciai a ritrovare la mia sensibilità di strumentista, che avevo sentito per l’ultima volta nei primi anni ’80. Qualcosa cominciò a tornare”.
“In Guitarcraft, c’è un aforisma: ‘Il maestro di musica agisce con un presupposto di innocenza entro un campo di esperienza’. Io non sono un maestro ma lo considero il mio credo. Se vai sul palco sapendo ciò che stai facendo, è tutto finito”.