Fondo per Mick Karn

A Mick Karn è stato recentemente diagnosticato un tumore in stadio avanzato.
Ne ha dato notizia il sito ufficiale attraverso la pubblicazione di un appello volto a raccogliere fondi per aiutare lui e la sua famiglia ad affrontare le spese per le costose cure.

Chiunque voglia dare il prorpio contributo, anche con una somma minima, può farlo attraverso una donazione direttamente da questo link.

Alcuni artisti sisono già attivati per la raccolta fondi, segnalo di seguito le iniziative:

Steve Jansen: donerà al fondo l'intero importo ricavato dalle vendite delle foto di Mick presenti nella sua raccolta online. Le foto possono essere acquistate nel suo sito ufficiale.

Porcupine tree: hanno messo all'asta sul sito eBay alcune rarità. L'intero ricavato verrà donato al fondo per Mick Karn. Chi fosse interessato a partecipare all'asta può farlo qui.

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[2009 - davidsylvian.it] Distanza e gratitudine (traduzione)

Questa intervista è stata interamente realizzata con domande formulate dagli utenti del sito davidsylvian.it.
Molte grazie ad Adrian della Opium (Arts) per averci consentito di realizzare questa intervista.
Grazie anche a Cristiana e Mark (Red earth) per aver tradotto domande e risposte.

Buona lettura.


Gianluigi: Cominciamo con una curiosità: come si sente un artista come te, rispetto ad un gruppo di quarantenni (età media) che un giorno decidono di aprire e gestire un sito a lui dedicato?
David Sylvian: Il concetto è piuttosto astratto, ed è molto distante dalla mia realtà proprio come il mio modo di vivere è molto distante dal vostro, ma sono grato del fatto che il lavoro vi abbia toccati a tal punto da motivarvi a fare qualcosa che vi spinge ad avvicinarvi ad altre persone che condividono lo stesso interesse.
 
Gianluigi: Ciò che mi ha sempre affascinato della tua carriera di musicista è la profonda differenza tra i lavori vocali e quelli strumentali. Sto pensando ad esempio a “Secrets of the Beehive” ed ai successivi lavori con Holger Czukay, ma anche ai lavori più recenti tipo “Nine Horses” ed il successivo “Naoshima”, che io considero un capolavoro nel suo genere. “Blemish” sembrava essere l’unica eccezione e suggeriva un punto d’incontro tra i due mondi. In futuro svilupperai l’idea di Blemish o la tua musica esplorerà dimensioni diverse?
David Sylvian: Con il seguito di Blemish, ho ulteriormente esplorato alcune delle innovazioni compositive introdotte da quel progetto sebbene, per le tematiche e le sonorità, è un album piuttosto diverso dal suo predecessore. Mentre con Blemish ho lavorato principalmente da solo, tutti i pezzi del nuovo album si basano su improvvisazioni di gruppo.

[2010 - Bomb 111] Intervista di Keith Rowe (traduzione)

Traduzione a cura di Cristiana.
Leggi la versione inglese.


La collaborazione ed il dialogo è stata una parte importante del viaggio di oltre trent’anni del cantante – autore David Sylvian, viaggio oltre i limiti della musica pop. Dai suoi esordi come pop star post-glam nel gruppo Japan, si è specializzato in intime canzoni esistenziali ed in un quieto ma determinato individualismo. Nello stesso tempo, nelle parole della canzone “Ghost” del 1981, questa solitudine è stata regolarmente interrotta da fantasmi che soffiano “più selvaggi del vento”. Forse quei fantasmi sono i collaboratori. Se così fosse, hanno incluso il pianista e compositore Ryuichi Sakamoto su Brilliant Trees (1984), Secrets of the Beehive (1987), ed il suo sorprendente singolo di protesta post 11 settembre “World Citizen” (2003); il chitarrista Robert Fripp su The First Day (1993); e, più recentemente, il chitarrista/improvvisatori Derek Bailey e Christian Fennesz sul notevole Blemish (2003). La metafora dell’ossessione è stata esasperata su Manafon del 2009, in cui Sylvian ha assemblato personalità di spicco dell’improvvisazione contemporanea a Tokyo, Vienna, e Londra, includendo Fennesz, Otomo Yoshihide, Evan Parker, John Tilbury, ed il chitarrista Keith Rowe, per registrare una serie di improvvisazioni, trasformandole in seguito, nel suo studio, nelle basi di una serie di canzoni oscure, interrotte dalla sua stessa voce e da testi che le rendono astratte, nuclei minimali di suono e vice versa. Mentre la musica di Sylvian si è progressivamente allontanata dalla strumentazione convenzionale e dalla costruzione convenzionale della canzone pop, come ritmo, melodia e ritornelli, i suoi testi sono diventati ancora più oscuri e più crudi. Le canzoni calde di Dead Bees on a Cake del 1999, accese dalla devozione religiosa, lasciarono il passo alle vignette di Blemish, che descrivono i tranelli e le difficoltà della crescita spirituale, che sono riscattate dalla ballata conclusiva, “A Fire in the Forest.”. Manafon non ha tali momenti di riscatto. Il titolo fa riferimento ad un villaggio nel Galles, dove il poeta R. S. Thomas visse nell’ultima parte della sua vita, e le canzoni presentano meditazioni frammentarie su questa figura caustica, ermetica e sul suo rifiuto della maggior parte degli orpelli della vita moderna – che forse risuonano con la nuova vita di Sylvian nel New England, solitaria ma piena di tecnologie digitali. Rowe, che ha intervistato Sylvian via email, fu il membro fondatore del pioneristico collettivo di improvvisazione inglese AMM, che ha, in più di 40 anni di esperienza, incluso Cornelius Cardew, Eddie Prevost e quelli che hanno contribuito a Manafon, Tilburye Parker. Rowe ha eseguito una trasformazione alla Cage della chitarra, sottoponendola a sperimentazioni, rendendola parte di un assemblaggio di pedali ed oggetti quotidiani, aprendo, come fa Sylvian, nuovi mondi sonori.

Marcus Boon


[2010 -Mojo] Intervista di Phil Alexander

leggi la traduzione in italiano (a cura di Cristiana)


iMojo Interview 2010 - pag. 2 Mojo Interview 2010 - pag. 3 Mojo Interview 2010 - pag. 3

Mojo Interview 2010 - pag. 5 Mojo Interview 2010 - pag. 5


From the avant-glam pop of ]apan to free-jazz improv, he has spent three decades challenging himself. Where next for the latter-day Scott Walker? “lt’s still all out there to be done,” says David Sylvian.

The pop star once marketed as “the World’s Most Beautiful Man" walks into his manager’s west London office in the most unassuming manner. Black utilitarian clothing has replaced the designer suits, there’s lank shoulder-length hair and facial stubble in place of the peroxide and pan-stick that made him one of the most fIamboyant frontmen of his generation. He may no longer be the pouting post-Bowie ‘80s icon that stared out from Japan’s album sleeves, but David Sylvian has lost none of his elegance. Born David Batt in Beckenham, Kent, in February 1958, Sylvian formed Japan in the less-than-glamorous south London suburb of Catford 16 years later with his brother Steve Jansen (on drums) and school friends Mick Karn (bass) and Richard Barbieri (keyboards/electronics), with guitarist Rob Dean arriving later. ]apan’s five studio albums saw them move from the Roxy-cum-Dolls glam rock of their 1978 Adolescent Sex debut into more electronic territory, culminating in 1981’s Tin Drum. Then, in 1982, just as they began to enjoy major-league success, Sylvian split the band and embarked on a quest that was as much spiritual as it was musical.

[2010 - Bomb 111] Intervista di Keith Rowe

Per gentile concessione di ms2.
Leggi la traduzione in italiano.

Bomb 111 intervista a David Sylvian Bomb 111 - Intervista a David Sylvian - pag.2 Bomb 111 - Intervista a David Sylvian - pag.3

[2010 - davidsylvian.it] A flutter and some Ingrid - di Gianluigi e Antonio

Intervista a Ingrid Chavez

Un altro epistolario...
E' certamente il modo migliore per fare un'intervista e sono lieto che Ingrid abbia accettato senza problemi.
Un pò di email scambiate con lei mi hanno regalato l'opportunità di conoscere una persona disponibile ma sopratutto semplice e profonda.
Questa intervista ne è la testimonianza.

Grazie a:
Stefaniah McGowan per la sua disponibilità
Antonio Marino per il contributo dato e per le risate al telefono
Daniela per l'ottima traduzione in italiano

Buona lettura.
Gianluigi

Versione in italiano
English version


David Sylvian - Manafon [Recensione di Nicola Pice]

Il senso di un percorso musicale all'insegna del cambiamento risiede non solo nel desiderio prometeico di esplorare nuovi territori sonori ma è anche legato, indissolubilmente, all'inquietudine psicologica, alla percezione – più o meno consapevole – della propria inadeguatezza. Spingersi più in là (nell'ignoto) equivale ad un gesto di sfida verso noi stessi ed i nostri limiti, al tentativo, cioè, di superarli o, comunque, di esorcizzarli come fossero paure qualsiasi. Il “corpus” musicale di David Sylvian non può essere scisso dalla figura di un artista stravagante (nell'accezione di colui che vaga per strade poco battute) e per nulla incline ad assecondare il gusto comune, interamente proteso alla costruzione di sonorità che rappresentino il proprio mondo interiore e lo cristallizzino con precisa nettezza. La pubblicazione di “Manafon” recide con forza quel debolissimo filo che teneva legato l'autore inglese ad un passato (grandissimo) in qualche labile maniera riconducibile allo showbiz. L'esperienza glam-pop con i Japan approdati mirabilmente - sulla via di Damasco della new-wave - all'elaborazione di un sound originale che fosse il trait d'union fra rock occidentale, suggestioni elettroniche orientaleggianti e ritmica afro, le magistrali armonizzazioni delle prime opere da solista (almeno fino a “Secrets Of The Beehive”), le delicate tessiture melodiche, le contaminazioni continue a definire ambiti musicali in bilico tra il lirismo della forma canzone tradizionale e atmosferizzazioni impalpabili...sono ormai alle spalle.

[2004 - Fourth Door Review] Intervista di Oliver Lowenstein

Traduzione a cura di Cristiana.


Quella che segue è la lista originale di domande e risposte apparse sul settimo numero di Fourth Door Review. David Sylvian: domande preparate da Oliver Lowenstein 18.9.04.

Giappone – io credo tu abbia viaggiato in Giappone dopo aver sciolto la band. Le prime domande sono relative al tuo modo di percepire la cultura giapponese.
Ho viaggiato in Giappone, per la prima volta, con la band, e numerose altre volte, circa dal ’78 in poi.

Cos’hai scoperto quando sei finalmente arrivato in Giappone? Era riconoscibile o, come quando si “perde” qualcosa in una traduzione, era diverso da come lo avevi fantasticato, chiamando la band con il nome del paese? O forse c’era il senso di aver “trovato” qualcosa?

Un po’ tutte e due. Il Giappone ha molti aspetti, alcuni dei quali ho visto solo di sfuggita, cosa piuttosto frustrante - però ne ero travolto, in qualche modo ultrasaturo - dalle finestre delle stanze degli alberghi, dalla macchina, dal treno, in televisione e in gran parte dei media. Quando facemmo la nostra prima visita in Giappone, la band là era al culmine della popolarità. La campagna pubblicitaria locale e la sicurezza erano così preoccupati per il nostro benessere che eravamo trattati come prigionieri virtuali, dai nostri ospiti. Questa procedura era un po’ troppo pesante e a volte non necessaria, suppongo fosse un problema più grosso che non il permetterci di girovagare autonomamente, alla fin fine. Avevo letto qualcosa della loro cultura, ad un certo punto, avevo visto un paio di documentari esotici che tendevano a mostrare la diversità della cultura giapponese, piuttosto che esplorarla o spiegarla, ma non credo di essere arrivato abbastanza preparato per la bellezza, l’estetica incredibile visibile a tutti i livelli, che è parte integrante della cultura. Il valore della novità di visitare una cultura così radicalmente diversa dalla propria, specialmente quando sei giovane, non è da minimizzare. La prima visita  fu una intensa boccata d’aria, molto intensa. Su un altro piano, ci fu un senso di ritorno a casa. Credo di non essere stato l’unico, fra noi quattro, a provare questo senso di appartenenza. C’era una connessione intuitiva con la gente e la cultura, che alcuni di noi vollero esplorare più profondamente, man mano che passavano gli anni e se ne presentava l’occasione. Questa “appartenenza” fu vissuta in tandem con una piena comprensione del mio senso di alienazione, dislocazione (questo senso di alienazione può scombussolare, se non si è nel giusto stato d’animo. Quella alienazione, ora brevemente descritta come un’esperienza “intraducibile”). Socialmente non ero inserito, ero un outsider, uno straniero, (il razzismo veniva espresso molto apertamente a quel tempo), ma il mio cuore sentiva di appartenere. Stranamente, man mano che gli anni passavano, mi sentivo più a casa in Giappone che in qualsiasi altro luogo, in parte per via della mia naturale inclinazione ad isolarmi intellettualmente dall’ambiente a me più vicino. È più facile da farsi in un paese in cui si dà per scontato che non parli la loro lingua. Questo senso di rilassatezza poteva anche essere attribuito all’attenzione verso le buone maniere, un altro aspetto essenziale dell’interazione sociale. Essendo timido e, di conseguenza, occasionalmente spaventato dall’interazione sociale, gradivo la formalità, e quella certa confortante prevedibilità, degli scambi.

[2009 - Bomb 111] Intervista con Keith Rowe

Traduzione a cura di Cristiana.

La collaborazione ed il dialogo è stata una parte importante del viaggio di oltre trent’anni del cantante – autore David Sylvian, viaggio oltre i limiti della musica pop. Dai suoi esordi come pop star post-glam nel gruppo Japan, si è specializzato in intime canzoni esistenziali ed in un quieto ma determinato individualismo. Nello stesso tempo, nelle parole della canzone “Ghost” del 1981, questa solitudine è stata regolarmente interrotta da fantasmi che soffiano “più selvaggi del vento”. Forse quei fantasmi sono i collaboratori. Se così fosse, hanno incluso il pianista e compositore Ryuichi Sakamoto su Brilliant Trees (1984), Secrets of the Beehive (1987), ed il suo sorprendente singolo di protesta post 11 settembre “World Citizen” (2003); il chitarrista Robert Fripp su The First Day (1993); e, più recentemente, il chitarrista/improvvisatori Derek Bailey e Christian Fennesz sul notevole Blemish (2003). La metafora dell’ossessione è stata esasperata su Manafon del 2009, in cui Sylvian ha assemblato personalità di spicco dell’improvvisazione contemporanea a Tokyo, Vienna, e Londra, includendo Fennesz, Otomo Yoshihide, Evan Parker, John Tilbury, ed il chitarrista Keith Rowe, per registrare una serie di improvvisazioni, trasformandole in seguito, nel suo studio, nelle basi di una serie di canzoni oscure, interrotte dalla sua stessa voce e da testi che le rendono astratte, nuclei minimali di suono e vice versa-

Mentre la musica di Sylvian si è progressivamente allontanata dalla strumentazione convenzionale e dalla costruzione convenzionale della canzone pop, come ritmo, melodia e ritornelli, i suoi testi sono diventati ancora più oscuri e più crudi. Le canzoni calde di Dead Bees on a Cake del 1999, accese dalla devozione religiosa, lasciarono il passo alle vignette di Blemish, che descrivono i tranelli e le difficoltà della crescita spirituale, che sono riscattate dalla ballata conclusiva, “A Fire in the Forest.”. Manafon non ha tali momenti di riscatto. Il titolo fa riferimento ad un villaggio nel Galles, dove il poeta R. S. Thomas visse nell’ultima parte della sua vita, e le canzoni presentano meditazioni frammentarie su questa figura caustica, ermetica e sul suo rifiuto della maggior parte degli orpelli della vita moderna – che forse risuonano con la nuova vita di Sylvian nel New England, solitaria ma piena di tecnologie digitali.

Rowe, che ha intervistato Sylvian via email, fu il membro fondatore del pioneristico collettivo di improvvisazione inglese AMM, che ha, in più di 40 anni di esperienza, incluso Cornelius Cardew, Eddie Prevost e quelli che hanno contribuito a Manafon, Tilburye Parker. Rowe ha eseguito una trasformazione alla Cage della chitarra, sottoponendola a sperimentazioni, rendendola parte di un assemblaggio di pedali ed oggetti quotidiani, aprendo, come fa Sylvian, nuovi mondi sonori.

Marcus Boon

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