[2009 - davidsylvian.it] Distanza e gratitudine (traduzione)

Questa intervista è stata interamente realizzata con domande formulate dagli utenti del sito davidsylvian.it.
Molte grazie ad Adrian della Opium (Arts) per averci consentito di realizzare questa intervista.
Grazie anche a Cristiana e Mark (Red earth) per aver tradotto domande e risposte.

Buona lettura.


Gianluigi: Cominciamo con una curiosità: come si sente un artista come te, rispetto ad un gruppo di quarantenni (età media) che un giorno decidono di aprire e gestire un sito a lui dedicato?
David Sylvian: Il concetto è piuttosto astratto, ed è molto distante dalla mia realtà proprio come il mio modo di vivere è molto distante dal vostro, ma sono grato del fatto che il lavoro vi abbia toccati a tal punto da motivarvi a fare qualcosa che vi spinge ad avvicinarvi ad altre persone che condividono lo stesso interesse.
 
Gianluigi: Ciò che mi ha sempre affascinato della tua carriera di musicista è la profonda differenza tra i lavori vocali e quelli strumentali. Sto pensando ad esempio a “Secrets of the Beehive” ed ai successivi lavori con Holger Czukay, ma anche ai lavori più recenti tipo “Nine Horses” ed il successivo “Naoshima”, che io considero un capolavoro nel suo genere. “Blemish” sembrava essere l’unica eccezione e suggeriva un punto d’incontro tra i due mondi. In futuro svilupperai l’idea di Blemish o la tua musica esplorerà dimensioni diverse?
David Sylvian: Con il seguito di Blemish, ho ulteriormente esplorato alcune delle innovazioni compositive introdotte da quel progetto sebbene, per le tematiche e le sonorità, è un album piuttosto diverso dal suo predecessore. Mentre con Blemish ho lavorato principalmente da solo, tutti i pezzi del nuovo album si basano su improvvisazioni di gruppo.

[2009] All About Jazz - Dritto al cuore di Nenad Geogievski

Traduzione a cura di Cristiana.

Molti artisti evitano deliberatamente di assumersi dei rischi, facendo dei cambiamenti piuttosto che optare per la salvezza, ma David Sylvian non è tra questi. In tutta la sua illustre carriera, Sylvian ha sempre cercato di portare gli ascoltatori fuori dalle comodità. L’autocoscienza e l’introspezione permeano ogni angolo dei suoi lavori. Le sue canzoni più affascinanti hanno esplorato molti argomenti, inclusa la spiritualità e la ricerca dell’anima nel mondo moderno. Le sue canzoni sono evocative e fragili, mettono l’ascoltatore a confronto con le sfide insite nell’essere umano. Negli anni ’80 David Sylvian fu lanciato tra le celebrità con la tuta spaziale insieme alla sua band, i Japan, che lui sciolse al vertice della popolarità nel 1984. La fine di quel gruppo segnò l’inizio della reinvenzione di un artista, lanciato nella sfida di una visione molto più personale. Dal suo album di debutto,  Brilliant Trees, Sylvian ha costruito una notevole carriera, miscelando la sua voce profonda e vibrante con stregonerie da studio. Gli album successivi, come Gone To Earth, Secrets of the Beehive, Plight and Premonition, Flux + Mutability, Rain Tree Crow (la breve riformazione della sua band, i Japan), The First Day, and Dead Bees on a Cake, non erano da meno. Per farla breve, Sylvian trova infinita gioia nella diversità. Le sue uscite come solista o collaboratore attraversano universi musicali multipli, che includono jazz, pop, soul, world, progressive, elettronica e avant garde. Il livello delle produzioni e dei musicisti di supporto ai suoi albums sono di altissimo livello: Holger Czukay, Ryuichi Sakamoto, Jon Hassell, Evan Parker, Bill Frisell, Marc Ribot, Bill Nelson, Robert Fripp, Mark Isham, Michael Brook, Arve Henriksen e Derek Bailey. Gli album di Sylvian occupano un posto unico nel rapporto tra le arti visuali e auditive. Lui stesso un pittore, conosce l’impatto dell’artwork sulla percezione della musica.

Ingrid Chavez - A flutter and some words [recensione di Antonio Marino]

Versione in italiano
English version


Cosa spinge un’artista a scrivere di sè dopo tanti anni e tanta acqua passata sotto i ponti? Semplicemente quell’acqua sotto i ponti. Ma in molti se lo sono chiesto.

L’artista non dovrebbe mai avere tempi prestabiliti per dare alla luce quel che vuole restare ancora al buio. E Ingrid Chavez per un lungo lasso di tempo, durato almeno tre lustri, si ritrova a fare il punto della situazione di una vita, la sua. Una vita di affetti, di turbamenti, di riflessioni, solitudine, di turbini d’amore, di quiete dopo la tempesta,  ma anche di quotidianità, praticità, illusioni e disillusioni. Una vita come quella di molti comuni mortali. Raccontarla in un album non è semplice, tanto meno immediato ed è forse questo il motivo per cui la gestazione ed il parto si sono protratti per lungo tempo. Quindici sobrie tracce dove si percepiscono le influenze fisico-intellettuali della persona che gli è stata accanto nei suoi anni di silenzio, ma al contempo un album che tratta anche il proprio presente, un nuovo amore che  pone peso su una persona  che  funge da bastimento dei propri affetti. Dall’inglese David Sylvian al nostrano Lorenzo Scopelliti, in arte Saffron Wood, artista proveniente dall’assolata riviera ligure, due musicisti della poesia da cui trarre ispirazione. E mentre l’artista uomo trova meglio lo sfocio creativo in mari tempestosi dove il vento lo porta al largo, l’artista donna preferisce avere un senso vivo nell’opportunità, solcando la brezza che spira dal mare verso terra.

[2009 - Jazzman Magazine] Intervista di Frédéric Goaty

Traduzione a cura di Cristiana. 

Io sento sempre i fantasmi di Ghosts nel suo canto, così come nella sua scrittura….
Il modo in cui approccio una canzone conta meno dell’idea, più generale, della decostruzione di un arrangiamento Ghosts è stato certamente un prototipo: è là che l’idea, e soprattutto la sua esecuzione, ha dato dei veri risultati. Ma vi è stato il risultato di altre canzoni che hanno maturato questo approccio: Weathered Walls, Gone To Earth, Pop Song, etc. Con “Blemish”, la forma tradizionale è stata più o meno abbandonata e siamo entrati in un mondo più astratto, per tentare di creare delle nuove forme. “Manafon” è un’estensione di questo approccio.

Al primo ascolto, “Manafon” sembra effettivamente essere il seguito “logico” di “Blemish”, ma l’accento è particolarmente posto sulla voce, lei ha “inquadrato” in un altro modo le improvvisazioni libere dei suoi accompagnatori….
C’è una differenza, come sa, tra quello che si chiama “jazz” e “improvvisazione libera”. Molti pensano che le radici della libera improvvisazione provengano dal jazz, e che la sua evoluzione l’abbia a poco a poco definita come genere distinto. Se si considera tutto quello che ho pubblicato da dieci anni, “Manafon” è forse il disco meno attraversato da un feeling” jazz”. D’altro canto, abbraccia l'improvvisazione più di ogni altra cosa che ho registrato fino ad oggi.

[2009 - davidsylvian.com] Archeologia emozionale di Markus Deisenberger (traduzione)

Traduzione a cura di Cristiana. 

Il primo album di David Sylvian che ho ascoltato fu ‘Gone to earth’. Poi arrivò ‘Secrets Of The Beehive’, che per me era ed è ancora un capolavoro. Se paragono il tuo nuovo album Manafon a ‘Secrets of the Beehive’, non potrebbero essere più diversi l’uno dall’altro. L’unica somiglianza sembra essere nel livello di complessità. Se la tua voce non fosse così inconfondibile, sarebbe stato facile credere che questi non sono solo due diversi decenni e due lavori diversi ma anche due diversi artisti. Se ti guardi indietro, ti senti lo stesso?

 

with Ryuichi Sakamoto 1987 © Yuka Fujii
 

[2009 - davidsylvian.com] Cominciamo con la parola

Traduzione a cura di Cristiana.

“Non dovremmo sperare che le cose siano troppo facile per noi.” 
Una raccolta di Q & A realizzate in occasione della pubblicazione e dell’ascolto di Manafon.
 
Cominciamo con la singola parola, Manafon. Non appena ho saputo che questo era il titolo, ho pensato:  “Ooh, sei stato in Galles.” È vero?
Beh si, ma è stato talmente tanto tempo fa che, a malapena, riesco a ricordare in quali circostanze.
È una parola gallese. Parlaci della relazione tra il tuo nuovo lavoro e questa parola, che poi è un posto a Powys.
Mi sono imbattuto in questa parola in relazione alla vita ed al lavoro di  R. S. Thomas. Era il posto dove ebbe la sua prima parrocchia e dove scrisse i suoi primi 3 volumi di poesia. Nel tempo, la parola per me divenne una metafora dell’immaginazione poetica, della mente creativa o dell’intuizione; da qui la copertina del CD, che raffigura un idillio non plausibile, se vuoi. Un posto dove la mente intuitiva attinge alla corrente dell’inconscio.
Manafon, come sapranno i lettori di  RS Thomas, è il posto dove venne ordinato rettore nel 1942. Ha esercitato una certa influenza su di te?
Non credo di riuscire a cogliere una diretta influenza della vita o del lavoro di  Thomas sulla mia. 
Come/quando hai incontrato il suo lavoro?
Una cara amica mi fece conoscere la sua opera negli anni ’80. Le piaceva il titolo del libro di poesia che le era capitato e sapeva che, il fatto che fosse un uomo di fede, mi avrebbe interessato, in particolare come la sua poesia contrastasse con tale questione.

[2009 - The Wire] Abbandonare la zona confortevole (traduzione)

Traduzione a cura di Cristiana.

Solo, nel mezzo di una foresta nel New England.
David Sylvian abbraccia la disillusione, respinge i falsi dei e si avvia verso un modo di scrittura più austero che mai. Per il suo ultimo album di studio, Manafon, l’ex cantante pop si è unito a improvvisatori elettro-acustici, fra cui Keith Rowe, Evan Parker, John Tilbury, Polwechsel, Otomo Yoshihide e Tashimaru Nakamura.

“Se, prima di lasciare la Virgin, mi avessi chiesto se mi sentissi in qualche modo limitato con loro, se avessi l’impressione che questo influenzasse il lavoro che stavo tentando di fare, ti avrei detto ‘No, sono completamente libero qui’. Ma – confessa David Sylvian in una stanza d’albergo di Londra Ovest, durante una rara, breve visita (casa sua è nel New England) - a posteriori, credo ci potesse essere una specie di auto-censura, in quanto sai che non ti puoi spingere molto in là con una major. Durante gli ultimi anni, loro accoglievano bene il mio lavoro ma poi tentavano di affossarlo, sapendo che non riscuoteva moltissimo interesse, che non avrebbe prodotto guadagni per loro. Prima sentivo che c’era un impegno, da parte loro, e mi davano tantissima libertà: perciò, dov’era la restrizione? Non riuscivo a vederla, fino a quando non iniziai a lavorare a Blemish. Mentre ci stavo lavorando, ho realizzato che non avrei mai intrapreso niente del genere mentre ero segnato con una major. Così, ci doveva essere un’auto-censura al lavoro, benché sia riluttante nell’ammetterlo”.

[2009 - Mojo] The mojo interview di Phil Alexander (traduzione)

Traduzione a cura di Cristiana.

Dal pop avant-glam dei Japan all’improvvisazione del free jazz, ha passato tre decenni spronando se stesso. Che farà dopo lo Scott Walker dei giorni nostri? “C’è ancora molto da fare” dice David Sylvian.
La pop star, una volta definita come “L’uomo più bello del mondo”, entra nel suo ufficio direttivo a Londra nel modo più modesto possibile. Pratici abiti neri hanno rimpiazzato gli abiti ricercati, capelli lisci lunghi fino alle spalle ed un po’ di barba al posto di quelli cotonati ed ossigenati, che lo resero uno dei più sgargianti frontman della sua generazione. Non può più davvero essere l’icona imbronciata post-Bowie degli anni ’80, che ci fissava dalle copertine degli album dei Japan, ma David Sylvian non ha perso nulla della sua eleganza. Nato David Batt a Beckenham, Kent, nel Febbraio 1958, Sylvian formò, sedici anni dopo, i Japan nel poco affascinante suburbio di Londra, Catford, con suo fratello Steve Jansen (batteria) e gli amici di scuola Mick Karn (basso) e Richard Barbieri (tastiere), e con il chitarrista Rob Dean, che arrivò in seguito. I cinque album dei Japan testimoniano il loro passaggio dal debutto glam rock, dei Roxy e dei Dolls, con Adolescent Sex del 1978 ad un territorio più elettronico, che culminò nel 1981 con Tin Drum. Poi, nel 1982, proprio quando cominciavano ad avere successo, Sylvian sciolse la band e si imbarcò in una ricerca sia spirituale che musicale.
 “Fu l’inizio di una lunga ricerca” dice. “Ero molto eclettico, mi spostavo dal misticismo cristiano al Sufismo e al Buddismo. Aspetti del Buddismo rimangono nella mia pratica ma l’aspetto devozionale dell’Induismo mi spinsero avanti come niente altro”.

David Sylvian - Manafon [Recensione di Cristiana]

Allora… lo avevamo lasciato sotto un cielo grigio ma ci aveva promesso che avrebbe tentato di trovare il sole; a quanto pare, il tentativo è fallito. Sembra invece che abbia trovato rifugio in un vecchio maniero e, si sa, nelle antiche dimore risuonano suoni inquietanti, passano ombre fugaci e, qualche volta, chi le abita prova sensazioni che risuonano come proprie.
Sylvian sembra spiazzato dalla sua stessa rivelazione: la fede lo ha abbandonato ed ora si trova in una terra di nessuno; cerca di riempire questo orrendo vuoto con l’assimilazione di esperienze simili, al fine di trovare la propria via d’uscita. Per ora, nessuna speranza, solo una claustrofobia sensazione di intrappolamento, di sospensione, di angoscia e di tormento. Mai si era concesso di trasmettere tale oscurità, persino Blemish era mediato da brevi, ma rassicuranti, lampi di luce. Manafon è un labirinto oscuro, dove inevitabilmente ci si perde: nessun segno per dedurre dove sia dislocata l’uscita.
L’impatto è forte, sconcertante, nella sua vuotezza fin troppo denso, per essere tollerabile.

David Sylvian - Manafon [recensione di krishna blue]

Versione in italiano
English version



Sinestesia.
E' quel che ho avvertito ascoltando Manafon. La sensazione pervasa da più sfere sensoriali, dove oltre all'udito anche la vista beneficia della musica, in quanto tramite queste note l'immaginazione può facilmente portare -o farsi trasportare- a processi visionari oltreconfine. Un viaggio dal valore intrinseco, che va a scavare nella propria mente. Brividi su per la schiena, gli arti superiori e l'interno della cassa toracica. E in qualche modo anche l'udito gode delle sue -metaforiche- papille gustative.
Registrato tra Vienna (per raggiungere più facilmente Christian Fennesz / Michael Moser) Londra (John Tilbury / Evan Parker / Keith Rowe) e Tokyo (Otomo Yoshihide) con l'utilizzo di musicisti non retribuiti dal dio denaro ma da scambi artistici reciproci -and all the musicians who generously participated in this recording- una nuova era per un nuovo modo di concepire musica.
Apre con il singolo Small Metal Gods che profuma di spazi aperti, di elementi naturali, di cieli e oceani infiniti, di presa di coscienza e liberazione da falsi miti, dove la verità assoluta sta solo nella natura. Canta dei piccoli dei di metallo, dei souvenir di poco conto spacciati per verità ultraterrene, e di quanto questi lo abbiano trattenuto in servitù invece che lasciarlo libero. I cori finali sono un tripudio alla ricercatezza ed al gusto estetico che contraddistingue la poesia innata che regna da sempre in quest'uomo di mezza età. Un brano che incuriosisce oltremodo è Random Acts Of Senseless Violence (atti casuali di violenza insensata) quantomeno per il titolo che spicca di una certa argutezza. Le note al piano accarezzate da Tilbury sembrano provenire dall'aldilà, per poi svanire nel cosmo. Il violoncello di Michael Moser a contrapporre.

Condividi contenuti