Traduzione a cura di Cristiana.
Quella che segue è la lista originale di domande e risposte apparse sul settimo numero di Fourth Door Review. David Sylvian: domande preparate da Oliver Lowenstein 18.9.04.
Giappone – io credo tu abbia viaggiato in Giappone dopo aver sciolto la band. Le prime domande sono relative al tuo modo di percepire la cultura giapponese.
Ho viaggiato in Giappone, per la prima volta, con la band, e numerose altre volte, circa dal ’78 in poi.
Cos’hai scoperto quando sei finalmente arrivato in Giappone? Era riconoscibile o, come quando si “perde” qualcosa in una traduzione, era diverso da come lo avevi fantasticato, chiamando la band con il nome del paese? O forse c’era il senso di aver “trovato” qualcosa?
Un po’ tutte e due. Il Giappone ha molti aspetti, alcuni dei quali ho visto solo di sfuggita, cosa piuttosto frustrante - però ne ero travolto, in qualche modo ultrasaturo - dalle finestre delle stanze degli alberghi, dalla macchina, dal treno, in televisione e in gran parte dei media. Quando facemmo la nostra prima visita in Giappone, la band là era al culmine della popolarità. La campagna pubblicitaria locale e la sicurezza erano così preoccupati per il nostro benessere che eravamo trattati come prigionieri virtuali, dai nostri ospiti. Questa procedura era un po’ troppo pesante e a volte non necessaria, suppongo fosse un problema più grosso che non il permetterci di girovagare autonomamente, alla fin fine. Avevo letto qualcosa della loro cultura, ad un certo punto, avevo visto un paio di documentari esotici che tendevano a mostrare la diversità della cultura giapponese, piuttosto che esplorarla o spiegarla, ma non credo di essere arrivato abbastanza preparato per la bellezza, l’estetica incredibile visibile a tutti i livelli, che è parte integrante della cultura. Il valore della novità di visitare una cultura così radicalmente diversa dalla propria, specialmente quando sei giovane, non è da minimizzare. La prima visita fu una intensa boccata d’aria, molto intensa. Su un altro piano, ci fu un senso di ritorno a casa. Credo di non essere stato l’unico, fra noi quattro, a provare questo senso di appartenenza. C’era una connessione intuitiva con la gente e la cultura, che alcuni di noi vollero esplorare più profondamente, man mano che passavano gli anni e se ne presentava l’occasione. Questa “appartenenza” fu vissuta in tandem con una piena comprensione del mio senso di alienazione, dislocazione (questo senso di alienazione può scombussolare, se non si è nel giusto stato d’animo. Quella alienazione, ora brevemente descritta come un’esperienza “intraducibile”). Socialmente non ero inserito, ero un outsider, uno straniero, (il razzismo veniva espresso molto apertamente a quel tempo), ma il mio cuore sentiva di appartenere. Stranamente, man mano che gli anni passavano, mi sentivo più a casa in Giappone che in qualsiasi altro luogo, in parte per via della mia naturale inclinazione ad isolarmi intellettualmente dall’ambiente a me più vicino. È più facile da farsi in un paese in cui si dà per scontato che non parli la loro lingua. Questo senso di rilassatezza poteva anche essere attribuito all’attenzione verso le buone maniere, un altro aspetto essenziale dell’interazione sociale. Essendo timido e, di conseguenza, occasionalmente spaventato dall’interazione sociale, gradivo la formalità, e quella certa confortante prevedibilità, degli scambi.